Perché io difendo l’America

Di Finkielkraut Alain
27 Novembre 2003
Per Finkielkraut «l’Europa non rivendica la pace attraverso il diritto ma attraverso l’apaisement, il sollievo. Per questo chi lotta per la democrazia è il nemico, l’Impero»

Non è una novità stupefacente che l’America susciti oggi lo stesso tipo di odio che suscitava negli anni ‘50, quando Sartre diceva che «l’America ha la rabbia». O quando alcuni di noi sono “nati” alla politica, in ogni caso quelli della mia generazione, con i Comitati Vietnam. L’antiamericanismo ci dice qualcosa sul divenire delle nostre società e l’antiamericanismo di oggi ha come fondamento una visione ideologica del mondo che fa dell’America la figura, l’incarnazione della dominazione. Questo odio esisteva e questo odio esiste.
Prima domanda: l’America di oggi è la stessa che suscitava negli anni ‘50, ‘60 e ‘70, dalla guerra di Corea al colpo di Stato in Cile, una mobilitazione così virulenta? (…) Oggi – e non si tratta di farne l’elogio ma di prenderne atto – gli Stati Uniti hanno fatto cadere tre regimi spaventosi. Grazie al primo di questi interventi, in Serbia non c’è più Milosevic.
L’intervento non è cominciato in Kosovo ma in Bosnia e anche se “l’universale” li ha dimenticati non siamo costretti ad essere anche noi smemorati e potremmo ricordare alcuni nomi: Vukovar, Srebrenica, Sarajevo. Oggi il regime di Milosevic non c’è più e non sarebbe caduto da solo, anzi, se avesse potuto continuare Milosevic avrebbe probabilmente vinto la sua guerra. Quindi l’America, anche se non da sola, ha dato un impulso ed è cominciato in Bosnia.
Gli altri due interventi hanno fatto cadere il regime dei Talebani e quello di Saddam Hussein.
Ricordo che nella guerra in Irak, nella quale gli americani si sono effettivamente impantanati, la “resistenza” ha esclusivamente due componenti: i nostalgici del partito Baath e i terroristi islamici. Quel “partito del bene” che di sicuro non si lamenta della situazione in Irak. Quindi non è la stessa America e dunque, seconda domanda, dovrebbe per questo essere al riparo di ogni critica? Evidentemente no. C’è un ubris americano. Un ubris, senza dubbio, del bene, e la volontà di fare del bene è comune a coloro che hanno o possono avere delle responsabilità mondiali (…).

La facile scelta del male
Però non è un regime cristiano fondamentalista che vogliono installare in Irak. Non vogliono dare il potere ai mormoni ma a un regime nel quale regni la libertà religiosa. Punto. Il problema è che non si può inculcare la democrazia, cioè la laicità, nel senso generale di libertà di coscienza, di opinione e di religione. Gli americani credono di poter modellare il mondo, quasi come farebbe uno scultore, e il risultato è una contraddizione sempre più evidente.
Se si considera questo l’America può effettivamente far paura ma, appunto, la critica “universale” non ha preso questa via, ha riciclato i vecchi schemi “progressisti” dell’antiamericanismo degli anni ‘50, ‘60 e ‘70 ed è un’errore terribile (…). Il mondo ha preso atto, dopo l’euforia della fine della Storia, dello scacco, diciamo così, del liberalismo. Come diceva con fervore Vargas Llosa, tutte le speranze che avevamo posto nella rivoluzione sono realizzate dal mercato e dalla democrazia. Ma non è così, e lo abbiamo visto. L’iperpotenza americana ha suggerito una risposta agli altermondialisti: l’idea che il male del mondo, o le delusioni che possiamo sentire di fronte alla mondializzazione, possano essere imputabili a un “padrone” dominatore, invisibile e onnipotente perché è solo. L’iperpotenza ha risuscitato il fantasma della onnipotenza, e il fantasma della onnipotenza ha risuscitato una visione staliniana e robespierrista della politica, concepita come lotta tra due volontà, una buona e l’altra cattiva. L’impero retorico del bene è l’altermondializzazione. E non rimarrà a lungo esclusivamente retorico.
Dunque c’è un male assoluto, basta localizzarlo e forse, domani, sradicarlo, e il bene regnerà sulla terra ed entreremo in un “altro” mondo. Questa visione quasi cospirativa non si limita all’America perché sono l’America e Israele a suscitare un’odio quasi universale.
La politica israeliana giustifica un tale odio quasi universale? Questo odio ha come obiettivo la politica israeliana o qualche cosa che va molto più in là? In ogni caso ieri (venerdi 14 novembre, ndr) è avvenuto un fatto considerabile, un avvenimento storico, un avvenimento forse epocale: l’accoglienza di Tarik Ramadan al forum altermondialista. Tarik Ramadan abbracciato da José Bové, e questo abbraccio ha un significato (cfr. Tempi 47). Qualche cosa ha preso corpo in quel momento: noi conosciamo i signori del mondo e non li vogliamo qui da noi, non li vogliamo con noi. Chi siano i signori del mondo è facile da immaginare.
Quindi un odio quasi universale, e sono sempre più numerosi gli ebrei che si sentono esclusi da questo “universale”, e se è questo l’universale non c’è posto per me e sono spinto a prenderne atto.
Ma non vorrei neppure cadere in modo compiacente nella paranoia, perché non tutti sono José Bové e anche se questo matrimonio tra Bové e Ramadan darà molti figli, ci sono altre persone.
Io voglio criticare l’ubris americano di fronte al quale guardo la saggezza dell’Europa. L’intelligenza e l’etica dell’Europa; un altro modo di assumere le responsabilità mondiali. Ma cosa vedo? (…) Ho letto l’ultimo sondaggio europeo: per il 75% degli olandesi, il 75% degli austriaci, il 65% dei tedeschi, il 55% dei francesi, di fatto per una media del 60% degli europei i paesi che rappresentano il più grave pericolo per la pace nel mondo sono Israele seguito dall’America, affiancata dalla Corea del nord (…). La vera domanda di quel sondaggio è: che idea di pace rivela? Sono possibili diverse idee della pace a seconda che si faccia del mondo il legame supremo, o della vita. Pensare il mondo e allora si cerca di fare del mondo un soggiorno umano. Pensare la vita e allora vogliamo essere lasciati in pace per poter continuare a conservare il processo vitale. L’Europa non rivendica la pace attraverso il diritto contro la pace attraverso l’Impero, ma la pace attraverso l’apaisement, attraverso il sollievo, la tregua. Quindi, anche se ho delle inquietudini sulla politica americana, non è dall’Europa che ci si può aspettare una risposta, e non è dall’Europa che ci si può aspettare la volontà di assumere delle vere responsabilità mondiali.

*Brani tratti dall’intervento svolto da Alain Finkielkraut al colloquio “L’Espace de l’impossible”, Deauville 14 – 16 novembre 2003

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