Perchè l’economia mondiale deve dire ‘grazie Cina’

iù d’uno si sarà meravigliato di com’è andata la visita di G. W. Bush in Cina due settimane fa. Da Kyoto qualche giorno prima il presidente americano aveva rivolto al regime di Pechino un enfatico appello ad aprire il suo sistema alla libertà politica e alla tolleranza religiosa; e quello, anziché adombrarsi per l’interferenza, ha colto l’occasione della visita per annunciare l’acquisto di 70 Boeing 737 made in Usa. Per parte sua, Bush ha mostrato molto fair play nel commentare gli esiti della missione, nonostante i cinesi non abbiano preso impegni circa alcune delle sue richieste più importanti: stroncare le violazioni della proprietà intellettuale che caratterizzano molte produzioni cinesi e soprattutto far fluttuare il sottovalutato yuan. Strana distensione, questa fra due grandi stati descritti dalla maggioranza dei politologi come due giganti destinati a sviluppare una rivalità planetaria. Se davvero la Cina è il futuro competitore globale degli Usa, la superpotenza che porrà fine al mondo unipolare ad egemonia americana e riproporrà l’equilibrio bipolare stile anni della Guerra fredda, perché tanta moderazione e tanti scambi di favori fra i due governi? Perché tante schermaglie ma pochi veri affondi? La risposta è: l’attore Cina e l’attore Stati Uniti non possono fare a meno l’uno dell’altro per robustissime ragioni economiche e finanziarie. I loro percorsi di crescita sono irreversibilmente intrecciati e soprattutto interdipendenti quanto a sostenibilità. Vediamo in che modo.

CINA E GIAPPONE, DETENTORI DEL DEBITO USA
Com’è noto, il modello sociale ed economico americano attuale è basato sul mantenimento costante di un alto tasso di crescita sia del Pil che dei consumi come garanzia di un benessere diffuso; ad esso sono funzionali il deficit della spesa pubblica (4,2 per cento del Pil quest’anno, che va ad alimentare un debito pubblico pari al 65 per cento del Pil), il basso tasso di interesse del denaro, la tassazione modesta sia sugli utili d’impresa che sui redditi delle persone fisiche. Gli Stati Uniti sono anche il paese del deficit cronico della bilancia commerciale, che negli ultimi anni si è sempre più aggravato anche a causa del boom asiatico: l’afflusso di merci a basso prezzo dall’Oriente (Cina, Giappone, Corea del Sud, ecc.) ha fatto sì che nel 2004 il deficit dell’interscambio commerciale abbia toccato i 681 miliardi di dollari. Perciò la domanda è: come fa l’economia americana a stare in piedi con un deficit della spesa pubblica in espansione accoppiato ad un deficit della bilancia commerciale sempre crescente? Come fa il dollaro a restare forte, come fanno i tassi d’interesse del denaro a non impennarsi? La risposta è: grazie al costante afflusso di capitali stranieri, in particolar modo dall’Oriente.
Giappone e Cina sono i primi due detentori di buoni del Tesoro americano: insieme detengono il 55 per cento del debito pubblico americano. Se consideriamo bond pubblici e partecipazioni azionarie, oggi il Giappone è proprietario di 850 miliardi di dollari dell’economia americana, la Cina di 700 miliardi. È grazie a questa gigantesca iniezione di capitali che il tasso di interesse del dollaro (che pure la Federal Reserve sta lentamente alzando) resta modesto, il che rende possibile la politica di denaro a basso costo ai privati e alle imprese che tiene alti i consumi, permette l’aumento della produttività del lavoro, consente alti tassi di occupazione e, in definitiva, stimola l’alta crescita economica.

150 MILIARDI DI IMPORT CINESE NEGLI USA
Ma perché la Cina (come anche il Giappone e altri asiatici) ha investito e continua ad investire una grande parte dei proventi delle sue esportazioni in obbligazioni del Tesoro americano con un rendimento attorno al 2 per cento fino allo scorso anno, attorno al 3,5 per cento quest’anno? Certo, anche per la ragione per cui tutti investono negli Usa: fiducia nella solvibilità del debitore e nella solidità della sua economia. Meglio portarsi a casa un 2-3 per cento sicuro da Washington che farsi abbindolare dal 10 per cento di rendimento dei bond Argentina per poi ritrovarsi con un pugno di mosche. Ma il motivo più forte dei mega-investimenti è un altro: i cinesi finanziano il debito americano nonostante i tassi di interesse non siano invitanti proprio per evitare un aumento del costo del denaro negli Usa e un indebolimento del dollaro che arresterebbero la crescita economica americana e si ripercuoterebbero negativamente sulle loro esportazioni. La stabilità sociale e politica della Cina – 1 miliardo e 300 milioni di persone- dipende dai formidabili tassi di crescita (fra l’8 e il 10 per cento all’anno da vent’anni a questa parte) della sua economia, i quali a loro volta dipendono dalle esportazioni, che ammontano a un quarto circa del Pil. Detto in una battuta: la Cina ha assolutamente bisogno del mercato americano per le sue merci, gli Usa hanno assolutamente bisogno dei capitali cinesi per il loro debito; nessuno dei due può fare a meno dell’altro.
La Cina investe negli Usa anziché nelle sue poverissime regioni rurali (in quelle urbane e industriali non ne avrebbe comunque bisogno, perché lì arrivano 60 miliardi di dollari di investimenti dall’estero), e di questo devono ringraziarla non solo gli Stati Uniti, ma il mondo intero. Gli Stati Uniti devono ringraziare perché i consumatori americani (soprattutto i più poveri) possono acquistare ogni anno 150 miliardi di dollari di prodotti cinesi a buon mercato, che mantengono alto il potere di acquisto dei salari e tengono al palo l’inflazione; perché gli investimenti finanziari cinesi hanno consentito di mantenere basso il tasso di interesse, il che ha significato disporre di denaro a basso costo per acquistare auto e immobili (i privati) e per modernizzare le imprese e aumentare la produttività (gli industriali); perché grazie a tutto questo finanziare il deficit federale costa poco. Il mondo deve ringraziare i cinesi perché se smettessero di comprare il debito americano l’economia degli Usa andrebbe in panne, le importazioni crollerebbero, l’export degli europei e degli asiatici si dimezzerebbe, l’economia mondiale entrerebbe in recessione.

APPROFITTARE DEL BOOM ANZICHÉ LAMENTARSI
Anziché ringraziare, gli europei si lamentano: sostengono che la Cina rovina le loro economie a causa del basso costo del suo lavoro, da cui deriva un’impossibilità a competere, e dell’eccessivo deficit della sua bilancia commerciale. Le cose non stanno esattamente così. Tanto per cominciare, la Banca per lo sviluppo asiatico (Bad) ha comunicato che nel 2004 la bilancia commerciale cinese è stata deficitaria: 258,1 miliardi di dollari di esportazioni, ma 264,9 di importazioni. La Cina importa più di quel che esporta con Giappone, Corea del Sud, Singapore e Thailandia, mentre la sua bilancia è attiva verso Usa e Ue. A dimostrazione del fatto che, quando le conviene, la Cina importa eccome.
Quanto al costo della manodopera, quella cinese è veramente competitiva soltanto nei prodotti a basso valore aggiunto, come i tessili. Se si considerano tutte le manifatture, si vede che il basso costo della manodopera cinese dipende principalmente dalla sua bassa produttività. Un lavoratore americano produce 81 mila dollari di valore aggiunto all’anno, un tedesco 80 mila, un britannico 55 mila, un cinese appena 2.900. In soldoni, questo significa che il lavoro dei primi permette di esportare Airbus e Boeing, quello dei secondi magliette e ciabatte. Man mano che la produttività cinese aumenterà, anche il costo della sua manodopera salirà e si allineerà ai valori dei paesi industrializzati, come è accaduto già con la Corea del Sud. Nel frattempo, i nostri paesi, anziché deplorare la globalizzazione e minacciare protezionismi, farebbero bene ad approfittare dei vantaggi – sì, vantaggi – che il boom cinese delle esportazioni mette a loro disposizione. Spiega Martin Wolf nel suo libro Why Globalization works: «Quando un paese in via di sviluppo come la Cina manda i suoi prodotti negli Usa e nella Ue, in linea col suo vantaggio comparativo, i termini di scambio (e i redditi reali) dei paesi importatori migliorano. Questo significa che i prezzi delle loro importazioni diminuiscono in rapporto alle esportazioni. Ciò a sua volta significa che il paese importatore può comprare di più con quello che produce. Sta meglio. Questa è la ragione per cui l’ingresso della Cina nei mercati mondiali è benefico per i paesi ad alto reddito che producono i beni e i servizi sofisticati che i cinesi desiderano acquistare. Il commercio non è un gioco a somma zero: arricchisce reciprocamente». Se il mercato del lavoro è capace di ricollocare la manodopera e se ci si orienta sui prodotti ad alto valore aggiunto anziché su quelli a intensità di manodopera, naturalmente. Se i nostri imprenditori e i nostri governi non sono capaci di fare questo, la colpa non è dei cinesi.

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