Perché a Londra temono il Berlusca
E così in soccorso della sinistra italica sono arrivati, insperati, i fucilieri di Sua Maestà britannica. Non succedeva dal 1944, quando i King’s Rifles versarono il loro sangue lungo la linea Gotica contro i nazi-fascisti e le brigate partigiane poterono entrare sventolando i fazzoletti nelle città toscane, emiliane e romagnole. Anche stavolta c’è di mezzo il fascismo: quello diafano e in dissolvenza di Gianfranco Fini, leader di un partito i cui nonni hanno combattuto una guerra sanguinosa contro gli inglesi (che non hanno dimenticato), e quello negato ma “oggettivo” di Bossi, uno che fa vestire la camicia in tinta unita ai suoi e che ce l’ha con banchieri, massoni, capitalisti e comunisti proprio come l’uomo di Predappio. Per cui il prestigioso Financial Times muove le sue penne per evidenziare l’inaffidabilità di Silvio Berlusconi, che questi due alleati si è scelto per governare. La sinistra, galvanizzata, ringrazia. Ma al suo posto noi non ci esalteremmo troppo. Perché non è l’antifascismo o l’indignazione per l’intolleranza dei leghisti che muove certe critiche british, ma il timore che l’Italia a venire possa recuperare le quote di mercato internazionale perse nell’era dell’Ulivo e scongiurare la colonizzazione del sistema produttivo nazionale. Dietrologia? Per niente. È la lettura di FT che porta a queste conclusioni. Le preoccupazioni del fustigatore Quentin Peel sono l’opposizione di Berlusconi all’armonizzazione fiscale fra i paesi della UE e il suo programma di politica economica, che mira, attraverso la riduzione del carico fiscale, a ottenere una crescita talmente forte da evitare una contrazione brutale della spesa pubblica per compensare il taglio delle tasse. Peel mena per l’aia il cane del “patto di stabilità” a difesa dell’euro che le politiche di Berlusconi porterebbero a infrangere. Ma la verità è che queste politiche dispiacciono soprattutto a chi in questi anni ha potuto approfittare della debolezza dell’economia italiana e della sua perdita di competitività. Un altro indizio in questa direzione arriva da un articolo del corrispondente dall’Italia James Blitz che su FT del 15 febbraio tesse le lodi di Vincenzo Visco e di Franco Bassanini e spiega che “il centro-sinistra può vantare importanti risultati, ma sembra incapace di illustrarli agli elettori”. Secondo Blitz “il grosso ostacolo a futuri miglioramenti” è dato da…. la scarsa competitività della piccola e media impresa (PMI) italiana! Secondo i Soloni britannici, l’Italia dovrebbe rinunciare a quel modello di capitalismo sociale che dagli anni Ottanta in avanti gli ha permesso di competere sul mercato globale senza distruggere il patto di solidarietà col territorio d’origine. E, questo è sottinteso, fare spazio alle grandi imprese francesi, tedesche e britanniche che, non avendo legami col territorio, lo useranno fino a quando gli conviene e poi spariranno. Un consiglio un po’ troppo interessato, Sir.
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