«Perché non posso accettare l’eutanasia»

Di Tempi
02 Novembre 2006

Non ci sono stati solo i casi di Luca Coscioni e Piergiorgio Welby. Entrambi presidenti dell’associazione che porta il nome del primo (vicina ai Radicali italiani), Coscioni e Welby hanno fatto della propria condizione privata la bandiera di una battaglia pubblica in favore dell’eutanasia e della ricerca sugli embrioni. Ma oggi altri, come Giovanni Nuvoli, ex arbitro di calcio a sua volta affetto da sclerosi laterale amiotrofica dal 1999, seguendo l’esempio di Welby, ha scritto al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano chiedendogli di poter staccare la spina.
Interrogato da alcuni quotidiani sardi, Carlo Marongiu ha detto che «lo Stato non accetta l’eutanasia e nemmeno io, ma per vivere non è sufficiente restare attaccati a un respiratore». Per Carlo, infatti, il vero problema da dibattere non sono le condizioni che rendano comprensibile il desiderio di morire, ma quali siano quelle che possono aiutare a vivere. Un cambio di prospettiva nell’affronto della questione, che permette a Carlo e a sua moglie Mirella di ribadire che «una vita del genere deve essere vissuta con una speciale dose di amore, un amore incondizionato».
È un’esperienza, quella di Carlo e Mirella, che deve aver convinto tutti gli abitanti di Narbolia e dintorni, dal momento che questi hanno organizzato una speciale manifestazione in onore dell’ex vigile del fuoco, conferendogli la cittadinanza onoraria. Non solo per mostrargli il proprio affetto, ma anche per protestare contro la decisione della Regione Sardegna di tagliare i fondi destinati all’assistenza domiciliare: se le ore in cui gli infermieri possono recarsi a casa di Carlo fossero ridotte da 6 a 3, come vuole Soru, per Mirella «sarebbe un disastro. Come potrei lavorare? Non siamo gente ricca, viviamo del mio stipendio e questo servizio è per noi indispensabile».

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