Perchè passeggiamo con l’Iran-ium

«è difficile convincere qualcuno a non armarsi se contemporaneamente si dà la sensazione di minacciarlo». Così il ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha definitivamente preso le distanze dalla linea della fermezza sul dossier nucleare dell’Iran. Dopo gli insuccessi dell’Aiea e del gruppo dei quattro paesi europei delegati a trattare, l’Italia di Prodi assicura a Teheran che c’è ancora molta carota e nessun bastone. Si può guardare a un orizzonte magari tale da attendere l’eventuale sconfitta dei repubblicani alle presidenziali Usa nel 2008, noi intanto asseconderemo la richiesta di Teheran di un negoziato globale. E derubricheremo a poco più di sfoghi velleitari le settimanali dichiarazioni di Ahmadinejad sul dovere per ogni buon musulmano di estirpare Israele, e sull”invenzione” della Shoah. Spetta ai politici dissenzienti, che credono la pace in Medio Oriente possa venire solo da sistemi democratici, chiedere a D’Alema chi mai minacci l’Iran, tanto da giustificare i suoi tenaci progressi nucleari da cui, entro pochi anni, verranno le testate belliche (alcuni ordigni già nel 1992 vennero acquisiti da Teheran, dal Kazakistan alla fine dell’Urss, vedi la testimonianza di Ragmar Rassmussen, che per anni ha interrogato prigionieri talebani per conto dei servizi occidentali, in www.frontpagemag.com). In Italia quella di D’Alema non è affatto una posizione solo della sinistra antagonista. L’ambasciatore Sergio Romano ha più volte scritto sul Corriere della Sera che l’atomica di Teheran non farebbe altro che equilibrare il deterrente di Israele.
Per gli osservatori diventa chiaro perché l’Italia abbia puntato a un ruolo primario nella “nuova” Unifil, perché D’Alema abbia “passeggiato” a Beirut tra due hezbollah che lo stringevano come secondini per esibirlo alle tv musulmane, e che cosa davvero vi sia dietro l’innegabile successo del governo Prodi, apprezzato non solo da Kofi Annan ma (a denti stretti) anche da Parigi, Washington e Gerusalemme. Con la garanzia agli hezbollah, se non faranno troppo i discoli, l’Italia getta un ponte diretto all’Iran. Anzi, all’Iran-ium, come tanto vale chiamarlo d’ora in poi. Prodi già al G8 di San Pietroburgo l’aveva detto: «Teheran è per l’Italia una priorità». Le cifre lo attestano: oggi la Sace ha contratti garantiti per meno di 90 milioni di euro a imprese italiane impegnate in Israele, le coperture di investimenti in Iran ammontano a circa 5 miliardi di euro. Siamo il primo partner commerciale europeo. L’Eni, insieme a TotalFina, è l’unica grande compagnia petrolifera che in questi anni abbia prosperato con nuove concessioni in Iran-ium. Solo nell’ultimo anno sono stati attivati i nuovi campi petroliferi di Darquain, i nuovi giacimenti di gas naturale a South Parsi 4 e 5, Snamprogetti e Saipem realizzano raffinerie, oleodotti, metanodotti e petrolchimici in una quindicina di diversi siti.
Quando un giudice italiano, nel novembre 2005, applicò anche in Italia il sequestro di conti bancari di Teheran comminato da una corte Usa per rifondere le vittime di attentati orditi da agenti iraniani, la sentenza nel giro di poche settimane venne sospesa nell’assoluto silenzio, mentre da Teheran già a scopo dimostrativo erano rientrati dai 3 ai 7 miliardi di dollari investiti in istituti italiani. L’Italia va a braccetto di ayatollah ed hezbollah, perché è l’energia dell’Iran-ium che ci preme. Mica solo un mondo meno “americano”.

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