Phillips: prima di tutto i doveri

Di Bottarelli Mauro
27 Ottobre 2005

«La globalizzazione significa che le regole della società multietnica, sia essa avanzata e di lungo corso come quelle britannica e olandese oppure di più recente formazione come quella italiana, sono perennemente nel mirino di una sfida quotidiana che si concretizza nell’incontro che noi abbiamo con altre culture e con il cambiamento che la nostra cultura autoctona subisce. Se vogliamo vivere e convivere in maniera serena occorre quindi dotarci di un highway code, un qualcosa di non scritto ma che tutti rispettino affinché si possa tracciare un percorso di crescita». Trevor Phillips, segretario della Commission for Racial Equality, ha chiaro in testa quale sia il futuro della società multiculturale europea: lui, che per primo denunciò i mali del multiculturalismo e del relativismo, oggi – in tempo di emergenza terrorismo e di legislazioni speciali – risponde a tutte le domande con un’unica parola d’ordine. Ovvero, regole e leggi certe per tutti, qualsiasi sia l’estrazione sociale, l’origine etnica o il credo religioso. «Al giorno d’oggi abbiamo in circolazione nei nostri paesi milioni di automobili, di tutti i tipi, le marche e i colori. Ma, nonostante le differenze, tutti devono condividere lo stesso spazio stradale. E per fare in modo di guidare con sicurezza ci siamo dotati di una serie di regole rigide, come ad esempio il dover passare un esame di guida prima di poter condurre un veicolo. Ma ci sono anche regole non scritte che sono frutto del senso comune e del nostro modo di intendere la sicurezza, ovvero comportamenti non imposti che teniamo perché consapevoli che questo aumenterà il grado di sicurezza per tutti. Sono piccoli accorgimenti che possono però farci uscire da una situazione imbarazzante o pericolosa, una situazione in cui paradossalmente – nonostante nessuno stia infrangendo la legge -, determinati comportamenti e le stesse differenze che ci sono tra noi potrebbero portarci al conflitto».
Quale soluzione quindi, Mr Phillips, su cosa dovrebbe basarsi questo highway code? «Occorre arrivare a una sorta di accordo nazionale, un compromesso che veda tutti tutelati ma anche tutti ligi a determinate regole, valide per chiunque. Se sui posti di lavoro si giunge a un compromesso riguardo il codice d’abbigliamento, che non deve essere certo uguale al modo di vestire che ognuno utilizza a casa sua, non deve però esserci alcuna discussione sul fatto che la lingua utilizzata nella vita sociale e di relazione di tutti debba essere quella dello Stato, l’inglese in Gran Bretagna come l’italiano in Italia. è la stessa questione che riguarda la metafora delle automobili: lo Stato ha le sue regole – la sovranità parlamentare, la parità tra uomo e donna, la tutela dell’infanzia, la ricerca di una pacifica intesa per risolvere le controversie – ma anche regole non scritte, questioni eminentemente di buon senso e di civiltà. Regole e compromesso, capacità di far fronte ai cambiamenti ma anche durezza nel porre dei limiti: bene, l’highway code non può che essere una sintesi di tutto questo. Nessuno si senta discriminati, ma nessuno si sente nemmeno libero di travalicare i limiti che lo Stato impone in nome della sua supposta diversità. Si è, prima di tutto, cittadini dello Stato in cui si abita, si lavoro, si fanno crescere i figli».
Mauro Bottarelli

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