Più che banchieri, tutti banchettanti
Il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha dato una sonora sferzata al sistema bancario italiano, denunciando il fatto che continua a praticare condizioni alla propria clientela assai più onerose di quanto avvenga nel resto d’Europa. Di conseguenza, poiché un governatore che sferzi le banche è una bella novità che male non fa, è però lecito anche sollevare un interrogativo solo apparentemente paradossale. Che inevitabilmente investe gli ultimi anni di travolgenti e tumultuose aggregazioni bancarie, sotto il segno della “nuova” Bankitalia. Nessuno vuole sottovalutare i benefici del venir meno del filtro amministrativo preventivo, in precedenza praticato da via Nazionale a ogni intento di aggregazione, fusione e acquisizione di nuovi sportelli. Ma, detto ciò, la grande bandiera di coloro che attaccavano l’eccesso di difesa dell’italianità degli istituti bancari italiani non era il minor costo alla clientela praticato dalle banche estere? Dov’è finito questo promesso vantaggio per risparmiatori e imprese? Pare proprio che non ci sia.
Vediamo le cifre. Per le famiglie italiane, è una falcidie. I tassi medi d’interesse sui mutui praticati in Italia e quelli praticati nel resto dell’Europa restano assai divergenti. Anzi, dal 2003 la divergenza a nostro sfavore si è ampliata. È l’effetto della minor concorrenza dovuta alle megaconcentrazioni tipo San-Intesa e Super-Unicredit, dicono gli incontentabili e noi tra loro. Macché, replicano i banchieri, non è vero niente, il divario trova spiegazione nel fatto che il contenzioso immobiliare da noi è assai più inefficiente che altrove, e dunque sui mutui gravano costi di transazione assai maggiori che nei paesi concorrenti. Sarà, ma in Italia il tasso medio sul mutuo, sia pur in presenza di analoghi tassi d’interesse nell’Eurozona, oggi supera di 120 punti base quello praticato in Francia, di 109 quello del Lussemburgo, di 90 quello spagnolo, è più alto di 60 punti persino del tasso praticato in Grecia e di 40 rispetto a quelli di Portogallo e Germania.
Il fatto che la Germania dal punto di vista del “caro-banca” ci stia dappresso testimonia appunto la scarsa efficienza del sistema bancario dei rispettivi mercati nazionali: il cliente tedesco paga il fatto che i due terzi del mercato interno resta preda delle piccole casse di risparmio locali e delle Landesbanken pubbliche, che hanno portafogli assai gonfi di impieghi assai poco redditizi, e dunque sono costrette a recuperare margini a carico dei propri clienti. Ma da noi? Le condizioni tanto più onerose testimoniano che le banche straniere presenti nel nostro mercato non praticano affatto quelle offerte più competitive che riservano ai rispettivi mercati nazionali. Anzi, con ogni probabilità, lasciare a francesi o olandesi banche di media taglia come Bnl e Antonveneta ha semplicemente consentito a grandi istituti esteri di sedersi anch’essi al banchetto dei margini alti in cui si abbuffano gli istituti italiani. Forse le cose sarebbero andate diversamente se una grande banca italiana fosse caduta in mani straniere. Che a quel punto sarebbero state mani più libere di scatenare una vera e propria guerra per strappare migliaia di clienti ai concorrenti grazie alle migliori condizioni praticate. Ma chissà, nessuno può dirlo. Fatto sta che l’accusa numero uno mossa a suo tempo contro Antonio Fazio non si rivela, alla prova dei fatti, tanto giustificata. E se Pierluigi Bersani promette a questo punto l’intervento per decreto del governo, noi da bravi diffidenti replichiamo: alla larga! Può essere persino peggio del di più che le banche ci fanno pagare.
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