Più della scienza ne danna la coscienza
Mio caro Malacoda, prova un po’ a fare un esame di coscienza. E chiederti se tutto va secondo i piani o se invece ti stai distraendo, cullandoti sui successi ottenuti e confidando nell’influenza dell’ambiente. Non ti stupire per questa mia richiesta, la coscienza, noi lo sappiamo bene, non è una cosa seria, non almeno da due secoli a questa parte, ma devi imparare a maneggiare questa parola per poterla bene opporre alle argomentazioni del Nemico. Le varianti d’uso sono infinite. Il tuo paziente pensa, come la maggioranza dei suoi contemporanei, che coscienza voglia dire rispondere a se stesso, tutto un dialogo interno insomma, intimo. Se poi gli chiedi di cosa sia fatto questo “se stesso”, difficilmente ti saprà rispondere in modo univoco: un giorno saranno i suoi pensieri, un giorno il suo umore, un altro le regole inculcategli da suo padre, il giorno appresso le suggestioni suscitategli da un film. Ma anche di questa formula, “rispondere a se stesso”, non si rivela poi così sicuro. In alcuni casi, quando la questione riguarda i malati ad esempio, coscienza vuol dire rispondere agli altri, agli stimoli esterni. Devi tenere il tuo paziente, scusa il gioco di parole, incosciente di questa contraddizione.
C’è stato più di un anno fa il caso di quella ragazza americana con quel cognome che sembrava un destino, Terri Schiavo. Era da tempo in stato di coma vegetativo, incosciente (riecco la parola) di quello che le succedeva intorno. Quello che accadeva “in lei” non lo sappiamo, ma in questo caso non ci faceva problema: non risponde agli stimoli secondo alcune regole e parametri stabiliti, non è cosciente. Non è cosciente, la sua non è vita degna di essere vissuta. Non riesce a mangiare e bere da sola, stacchiamo la spina. Terri morì di fame e di sete, hanno detto che non si accorse né della fame né della sete. È singolare questo ragionamento in base al quale si deduce che uno è cosciente o no se riesce a nutrirsi da solo. Ma l’importanza del nostro lavoro, e in quel caso l’hai svolto egregiamente, è far scorrere velocemente episodi come questo evitando che il nostro paziente si ponga qualche domanda di troppo; la tecnica di cui devi impadronirti meglio è: sollevare dubbi ma evitare le domande.
Adesso c’è un altro caso simile, un’altra donna nelle stesse condizioni di Terri. Incosciente. I medici (mai fidarsi troppo degli scienziati, un po’ di scienza e una spolveratura di cultura condita con la celebrazione della libera ricerca aiutano la nostra causa, quelli che si intestardiscono nella ricerca fino alla scoperta della verità sono pericolosi), i medici, dicevo, hanno voluto vedere se di questa coscienza ci siano tracce oggettive. E dicono di averle trovate, la malata in coma vegetativo rispondeva agli stimoli. Niente di clamoroso, non l’hanno sentita parlare, né vista ridere o piangere, ma hanno constatato che il suo cervello si illuminava ora qui ora là a seconda delle domande che le facevano. Insomma un pasticcio: tracce oggettive di una cosa che sarebbe squisitamente soggettiva. Se nel tuo paziente si insinua questo modo di ragionare puoi considerarlo perduto. Potrebbe giungere alla conclusione che anche la coscienza è una questione oggettiva e che più che ascoltare se stessi è meglio ascoltare un altro. A quel punto l’avresti perso definitivamente. Non ti resta che fargli leggere Giorello.
A presto. Tuo affezionatissimo zio Berlicche
P. S. Chissà perché nei tribunali dicono “in dubio pro reo” e nei reparti di rianimazione non si può dire “in dubio pro eo”? Meglio.
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