Più lavoro meno Stato
Piero ha 25 anni, è diplomato in ragioneria, lavora come impiegato in un’azienda privata. Chi ti ha aiutato a trovare un’occupazione ? «Mio padre. Dopo anni di iscrizione all’ufficio di collocamento ho dovuto chiedergli aiuto. Volevo farcela con le mie gambe ma non è stato possibile». Sabrina ha 23 anni lavora in una fabbrica di abbigliamento. Stessa domanda e risposta simile: «Ho fatto mille lavoretti ma poi fortunatamente mio zio ha assunto nella sua azienda o dopo un lungo pellegrinaggio ho trovato impiego. Se avessi aspettato il collocamento…». Due storie come milioni di altre in Italia, dove regna da sempre il fai da te. Il collocamento inserisce nel mondo del lavoro meno del 5% degli iscritti alle liste. I giovani soprattutto, dopo aver gravato sulle finanze delle famiglie per gli studi non trovano altra strada che la vecchia e cara raccomandazione. Le alternative sono poche. L’Italia è ormai l’unico Paese europeo dove un sistema ultrastatalista continua a governare il mercato del lavoro con risultati tragici. Qualcuno si chiede: ma non è stata fatta una riforma radicale da parte del Governo che decentra le competenze alle Province? Certo, dopo essere stata messa in mora dall’Unione Europea, perché il monopolio statale del collocamento contravveniva a più di una Direttiva, nel 1997 l’Italia ha varato il mitico decreto legislativo 469. Ed allora? A cosa serve la Proposta di legge di iniziativa popolare che migliaia di cittadini stanno sottoscrivendo per liberare il mercato del lavoro? Serve moltissimo perché come accadde spesso in Italia la legge non ha migliorato affatto la situazione e soprattutto non ha scalfito il monopolio statale. Infatti il 469 prevede che anche soggetti privati possano fare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro ma con queste “piccole” condizioni: la società privata deve essere autorizzata dal Ministero del Lavoro, deve avere un capitale minimo di 200 milioni e deve occuparsi esclusivamente di servizi all’impiego dandoli gratuitamente. Risultato: praticamente nessuna realtà è sorta e quelle poche che hanno sfidato le intemperie burocratiche fanno i salti mortali per rispettare le regole borboniche.
La Cinquecento non è una Ferrari
Nel frattempo il collocamento pubblico sta facendo impazzire le amministrazioni locali. Dopo oltre due anni di discussione per attuare il Decreto il 26 novembre del 1999 il Presidente del Consiglio scrive a Regioni e Province: in 24 si attua la delega. Uffici, personale e competenze passano alle Province. Bene, direte voi, finalmente! A Brescia, per esempio, vengono trasferite 12 sedi ed il 70% del personale, gli altri restano al Ministero, a fare cosa non ci è dato sapere. Ricapitoliamo: passa tutto alla Provincia con circa 70 dipendenti rispetto ai 100 originari, bisogna rivoluzionare il servizio, basta limitarsi ai timbri, fare colloqui, servono servizi alle imprese, ai lavoratori, agli svantaggiati, insomma fare incontrare la domanda con l’offerta. Con quali risorse economiche? Zero. Sì avete capito bene, lo Stato dice agli Enti locali eccovi la macchina, scusateci se è una Cinquecento ma voi fatela correre come una Ferrari, ah dimenticavo non c’è la benzina e il motore va revisionato. Complimenti! Dimenticavo di aggiungere che da circa un anno gli uffici di collocamento non potevano fare telefonate all’estero, la posta veniva spedita con tassa a carico del destinatario, la carta intestata era finita. Per non parlare del personale abbandonato a se stesso, tanto da scoprire che un giovane laureato in Giurisprudenza faceva il facchino. Dal ’99 abbiamo investito centinaia di milioni per formare il personale, ristrutturare le sedi e (udite udite) per informatizzare il servizio perché a distanza di cinque anni il Sistema Informativo Lavoro del Ministero non è ancora pronto, tanto che le province lombarde con l’aiuto della Regione hanno costruito una rete informatica propria.
Servizi pubblici, concorrenza fra privati
Qualcuno ha ancora qualche dubbio sulla proposta di legge della Compagnia delle Opere. Spero proprio di no. Non si tratta, come si paventa, di chiudere il collocamento statale ma di introdurre un sano principio di concorrenza perché le agenzie private possano veramente occuparsi di mercato del lavoro ed aiutino con la competizione a migliorare il servizio di Stato. Il problema è che il Governo uscente ha inteso il federalismo come un mero decentramento amministrativo delegando funzioni e competenze senza il becco di un quattrino. Quindi una mera sussidiarietà verticale, peraltro non finanziata, contro una sussidiarietà orizzontale che non è mai stata presa in considerazione. Ma a noi interessa davvero che il nostro “aguzzino” si sposti da Roma a casa nostra peggiorando le cose? Penso proprio di no. Il servizio è pubblico non perché lo erogano gli Enti statali ma perché è rivolto ai cittadini. Liberiamo quest’Italia dalla gabbia dirigista ed avremo migliorato la qualità della vita dei cittadini e lo Stato con piena soddisfazione anche dei dipendenti pubblici.
Stefano Saglia, neodeputato di An e assessore Formazione e Lavoro, Provincia di Brescia
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