Più società, meno Stato = più lavoro

Di Da Rold Gianluigi
03 Maggio 2001
In vista della scadenza del 13 maggio, ognuno è pronto (a parole) a risolvere il problema delle pensioni, delle tasse e dell’occupazione. Ma al di là degli slogan e delle promesse, pochi hanno presentato un progetto politico concreto. Ecco una proposta (in cerca d’interlocutore) perché l’Italia possa davvero “voltare pagina”

Un clima elettorale avvelenato in una campagna elettorale spesso fuorviante, che raramente tocca i veri temi sui quali si gioca il futuro del Paese. Che cosa si aspettano gli italiani da queste elezioni politiche? Il trionfo di uno dei due candidati? Questo potrebbe essere un aspetto, non la ragione per cui i cittadini andranno alle urne il 13 maggio. In queste elezioni politiche, forse come mai in passato, c’è voglia di “voltare pagina”, di riportare al centro della questione un progetto politico per una società che è ancora ingabbiata, immersa in un indecifrabile polverone di leggi e di burocrazia, che condannano l’Italia a inseguire affannosamente la modernità delle altre democrazie avanzate. In gioco ci sono questioni decisive: il riassetto istituzionale, la revisione del welfare state in crisi profonda, la reale ripresa di uno sviluppo economico che non sia sempre frenato dai problemi di finanza pubblica e dai conti dello Stato. Nella campagna elettorale si sono spesso sfiorati i problemi. Si parla di tasse, pensioni, posti di lavoro. Ma più promettendo che spiegando dettagliatamente, tranne in alcuni casi. E anche l’annoso tema della riforma dello Stato è affrontato con troppa schematizzazione, al punto che persino il tardobolscevico Armando Cossutta può affermare, oggi, di essere un federalista, un anti-accentratore. Più o meno come il Laurentji Beria del 1953, alla morte di Stalin, quando scoprì, nella sedicente “federalista” Unione Sovietica, il “problema delle nazionalità”.

Il federalismo? Nasce dall’iniziativa della società
Bisognerebbe invece superare un po’ di “nominalismo” elettoralistico e cercare di entrare nel vivo dei problemi. Partiamo ad esempio da un tema importante come la devolution, il trasferimento di poteri dal centro alla periferia. Siamo sicuri che solo questo passo, necessario certamente, riuscirà a risolvere i problemi del Paese? Non esiste il rischio che la stessa devolution, più o meno consapevolmente, venga impugnata come una bandiera ideologica che non tenga conto di una realtà più vasta e complessa? Intendiamoci, il federalismo è traguardo importante per un’ulteriore svolta democratica del Paese. E la devolution ne è un passaggio significativo. Ma il federalismo non si applica con leggi che nascono dall’alto o per volontà politica. I filosofi del diritto sanno bene che le leggi seguono inevitabilmente la realtà, l’accompagnano e la codificano. Sono le usanze e le consuetudini che determinano le leggi, non il contrario. Il federalismo americano, a cui tanto si guarda, non nasceva nella testa di Hamilton, Madison o Jefferson, ma era già sorto in una società che si era costituita nella valorizzazione delle autonomie locali e comunitarie, nella libertà dell’associazionismo e soprattutto nella capacità dei cittadini di realizzare opere di ogni tipo, prescindendo dall’aiuto dello Stato. In sintesi, il federalismo americano nasceva da quel principio di sussidiarietà orizzontale, come principio antropologico, che escludeva l’invadenza di un potere centrale. Ci siamo soffermati altre volte sulla welfare society, che in Italia ha una tradizione estirpata letteralmente dal potere centrale negli ultimi ottanta anni. Tutta la realtà non profit (che era autentico e originale patrimonio italiano) potrebbe oggi rappresentare la miglior riforma del welfare state. Ma veniamo al problema drammatico della disoccupazione e del lavoro.

Un quesito (e qualche buona soluzione) per il mercato del lavoro italiano
Il professore Marco Martini, preside della facoltà di statistica alla statale di Milano, ha posto recentemente un quesito a cui né i sindacati né, tanto meno, il ministro del Lavoro hanno voluto e saputo rispondere. Dice Martini: «Che senso ha difendere strenuamente un posto di lavoro a tempo indeterminato in imprese che ogni cinque anni devono adattarsi a un cambiamento? Quando le innovazioni hanno questa velocità, o si è mobili o si rinuncia allo sviluppo, mantenendo i lavoratori in settori esausti e non consentendogli di andare in settori potenzialmente più produttivi». Come gestire questa mobilità che è determinata dallo sviluppo tecnologico e dall’organizzazione produttiva? S’impone un problema, sostiene giustamente Martini: «Bisogna che il lavoratore sia accompagnato in un percorso che sarà lavorativo e formativo per tutta la vita. Ma anche se avvenisse il decentramento dei poteri, non sarà il sistema attuale fondato su una serie di circolari e di leggi che hanno disintegrato il settore dei servizi al lavoro, separando i diversi interventi: chi fa incontrare domanda/offerta non può fare formazione, chi fa lavoro interinale non può fare orientamento, chi fa orientamento non può fare formazione». Al contrario che in Italia, in Germania c’è un sistema informativo che gestisce in tempo reale 4 milioni di occasioni lavorative e 400mila opportunità formative. Si riesce a collocare il 50 per cento dei lavoratori tedeschi. Si può fare anche in Italia? Certo, afferma il professor Marco Martini: «Primo, si istituisce un sistema integrato pubblico-privato di servizi all’impiego, in cui i soggetti operanti possano assistere il lavoratore a 360 gradi; secondo, si costituisce un sistema di accreditamento rigoroso, per cui chi eroga servizi per l’impiego deve offrire determinate garanzie a tutela del lavoratore; terzo, si affida al pubblico il compito della certificazione dello stato di occupazione-disoccupazione, mentre si lascia ai soggetti privati (e soprattutto al privato non-profit) il ruolo di informazione, orientamento, formazione e incontro domanda/offerta del lavoro». È una proposta concreta e fattibile della Compagnia delle Opere. C’è qualcuno che ha voglia di realizzarla? O magari parlarne nell’ultimo scorcio di quest’aerea e furibonda campagna elettorale fatta di pochi contenuti?

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