Piaccia o no il Cav. è il nostro Blair

Di Luigi Amicone
17 Ottobre 2002
Lo sciopero generale? “Sventurato culto di sé di Cofferrati”. Forza Italia? “Imparerà a litigare con Berlusconi”. Berlusconi? “È colui che è”. D’Alema? “E chi è?” I Ds? “Non ho più gli occhi per piangere”. Giuliano Ferrara a tutto campo

Fuori è la solita Roma, avanti e indietro nei secoli. Dentro è la sede de Il Foglio, spazio aperto tecnicamente geniale, dove finalmente si capisce perché l’uomo tipografico, superiore e newyorkese, scelse Milano per scatenare un’impresa che dal Lungo Tevere Raffaello Sanzio (nomen omen) regna sul resto dei grandi media con ilare autorità e sofisticata sprezzatura. “Fuori c’è la micropolitica di un giorno qualsiasi di Veltroni sindaco e di D’Alema skipper” (Fanetti Ugo). Dentro c’è Giuliano Ferrara – lo annoti Denise Pardo, che poi la invitiamo a ballare – il direttore duellante per antonomasia, l’inventore delle più sapide polemiche, di fioretto e di spada, dell’Italia politica, di costume e di cronaca. Tra una riunione di redazione, un editoriale per Panorama, un giro di telefonate per il parterre di 8-e-mezzo e “du spaghi all’amatriciana” con il fervido Agostino Saccà, l’Elefante carica in groppa pure noi e ci scarica davanti un direttore-boxeur che, forse insofferente per i suoi record di imbattibilità, già comincia ad abbozzare il colpo prima del gong. «Qui la storia si sta facendo molto interessante…».
Secondo Il Foglio (e La Fronda), il governo è messo bene?
In tutti i paesi ci sono dei principi sacri per governare con professione: tenersi buoni con una certa costanza alleati rivali; mantenere il contatto con la comunità che è fatto sia di capacità di interpretarne le ansie e la volontà, sia di guidarla e andare contro le sue emozioni; candidare la propria forza e costruire una leadership che si veda. Insomma: essere temuti o amati. Io non credo che noi avremo questa classe dirigente di qui alle prossime elezioni. Perché Berlusconi è un uomo molto sincero, fresco, spontaneo, che alla fine governerà come piace a lui, come sa lui, come può lui. Il problema è che poi forse lo farà bene.
Cerca di spiegarci.
Cerco di spiegarmi. Berlusconi tende a vivere un po’ alla giornata, tende a considerare il potere come un lavoro (non dirò “come un servizio” perché una frase abusata e che è stata fatta propria di peggiori furfanti. L’idea del potere come servizio o è seria o è una truffa). Berlusconi si lamenta sempre: “non ho tempo per fare tutto. Devo fare il ministro degli Esteri, dovrei occuparmi delle grandi opere, dovrei metter la testa sui vigili di quartiere, devo risolvere il caso Fiat…”. E questo vuol dire che lui è lui, e nessuno lo cambierà mai. Se lo mettano in testa tutti coloro che gli rimproverano qualcosa: oggi i confindustriali, domani i sindacati, dopodomani gli intellettuali. Berlusconi è fatto così. È inutile chiedersi se è doroteo, se è un rivoluzionario, se è la Thatcher. Non è niente di tutto questo: è Berlusconi e governerà così, con un senso vivo, tattile della realtà, considerando il governo come un lavoro. Che è sbagliatissimo dal punto di vista della grande cultura politica. Perché Moro si alzava a mezzogiorno, lavorava tre ore, eppure è uno di quelli che hanno forgiato l’Italia. E gli attivisti, in genere, la grande politica li sdegna. Perché pensa che bisogna dirigere con le idee, decentrando, delegando, centralizzando solo quello che è importante. Invece Berlusconi è un imprenditore. E l’opposizione questa cosa deve capirla se no rimarrà sempre spiazzata.
Cosa deve capire l’opposizione?
Che sta parlando a un presidente del Consiglio che non c’è. Perché l’opposizione si ritrova a fare uno sciopero? È la cosa più comica della storia della Repubblica, tutti uniti dietro gli striscioni il cui senso è: “facciamo uno sciopero generale contro un governo che dà un bel po’ di soldi ai redditi medio bassi con lo sgravio fiscale e ha tolto tre miliardi di euro alla Confindustria; contro un governo che fa pagare le tasse alla grande industria; contro un governo che cercherà di risolvere la crisi Fiat partendo, come chiunque, dal dramma sociale che questa crisi comporta”. Una bestialità di questo genere deriva dal fatto che loro fanno un’opposizione contro un presidente del Consiglio che non c’è. Certo che tutti vorremmo avere Churchill o il team di Bush, una squadra chiara, autorevole, rispettata; tutti vorremmo la sagacia e l’entusiasmo di Tony Blair, l’astuzia di uno Chirac. Tutti vorremmo tutto e invece abbiamo un’altra cosa. Una cosa molto più cucita su una persona. Perché dalla tragedia dei primi anni Novanta è venuto fuori Berlusconi.
Però adesso anche in Forza Italia la base parlamentare scalpita, chiede il congresso, un rinnovo dei dirigenti, qualcuno addirittura un rimpasto di governo…
In Fi dovrebbero imparare a dissentire e a organizzare il dissenso. Le classi dirigenti nascono così, per dialettica reale. Se si perdono in “Berlusconi vuole più bene a me”, “Berlusconi vuole più bene a te”, da questo non nasce un partito ma una gigantesca corte di massa, una specie di grande padiglione delle personalità intorno al capo. Per fare un partito bisogna imparare a litigare.
Berlusconi non vuole che litighino…
Berlusconi non ha nessuna voglia di avere un impaccio fra i piedi come il governo di un partito. Berlusconi preferisce un cartello elettorale all’americana, dove ci sono diverse lobby che si riuniscono ogni quattro anni e dicono “questo è il nostro candidato” secondo la procedura delle primarie. Fi è un partito all’americana nato così, nato da un’azienda, dalla società civile, da una spinta procedente dalla negazione fatta dai magistrati e dai media della realtà dei partiti. Speriamo abbia un’evoluzione positiva, speriamo che il sistema politico si trasformi sempre di più in un sistema in cui contano le istituzioni, i gruppi, i luoghi in cui c’è una dialettica tra i poteri. D’altra parte, dei partiti che sono rimasti, la vecchia Dc, diventata Partito popolare e quindi una Dc di sinistra, e l’ex Pci, non mi pare stiano dando una buona prova. Stanno lì a girare intorno agli ulivi e intanto gli ulivi marciscono nel caos.
A proposito di caos ulivista. Un antico proverbio cinese dice: «quando il sole è al tramonto anche le ombre dei nani sembrano giganti». Cos’è diventato secondo te Rutelli dopo i coraggiosi scontri col resto dei cespugli, un gigante della sera o il mattino di un vero leader?
Io credo che Rutelli abbia avuto fino ad oggi un profilo molto chiaro che è quello del trasformista. È il radicale che, attraverso culture singolarissime e personali – ma l’ho sempre rispettato per gli otto anni alla guida del governo di Roma perché ha gestito sostanzialmente bene il suo mandato – alla fine diventa appunto un modello televisivo. Su di lui investono varie lobby tra cui quella di De Benedetti…
Però, stando a quello che ha scritto la signora Barbara Palombelli (in Rutelli) sul Corriere della Sera, dice che De Benedetti “sì l’ho portato io Rutelli, ma è il passato”…
Non lo so. Comunque Rutelli è stato un navigatore, un portavoce, una “maschera”, come ha detto nei momenti più carogneschi della campagna elettorale Berlusconi (lo diceva anche di Prodi). Poi, quando è diventato il capo dell’Ulivo è stato solo l’amministratore di questa specie di grande poltrona che gli era stata data. Però adesso sta cominciando a dire “no”. La democristianeria della Margherita incorporandolo e facendone un gerarca di partito spinge su di lui.
Cosa sarà successo a Rutelli, una visione?
È successo che Rutelli ha capito che se non correva con l’Ulivo finiva deputato europeo come uno dei tanti. E così si è battuto per avere l’opportunità al posto di Amato, ha cercato la rimonta, ha perso e adesso (hai visto che subito D’Alema ha rilanciato Prodi?) ha capito che prima che arrivi qualcun altro è meglio rompere le righe e dire: “io una mia identità ce l’ho e la voglio giocare”. È ovvio che una identità della sinistra è distinta da un centro. Possono essere tutti e due riformisti e aspirare ad essere occidentali… però, insomma, il centro vota per gli alpini, la sinistra pure dovrebbe votare per gli alpini in Afghanistan ma non lo fa perché si lascia condizionare dalla piazza; il centro non può fare lo sciopero generale contro la finanziaria con la tragedia nazionale della Fiat…
Già, con l’arietta che tira – l’economia che non va bene, la Fiat, il terrorismo, l’Irak – fanno uno sciopero generale…
Cose da irresponsabili, avventuristiche, sono lasciti di pura ideologia di questo sventurato senza altro principio della propria immagine che si è rivelato Cofferati.
C’è qualcuno più sventurato di D’Alema?
Non ho più gli occhi per piangere. Mi sembra una tale debacle tecnica quella di questo personaggio… Adesso non so, sembra stia bombardando il quartier generale, vuole riprendersi il partito… Però sono sempre gli stessi giochetti: l’intervista, il salotto di Vespa, togliere uno dei tre trespoli su cui sta seduto Fassino… Dovremmo divertirci a seguire il ritorno di D’Alema nella forma più arcigna. Però la sostanza è che hanno sbagliato tutto. Siamo a un anno e qualche mese dalla sconfitta elettorale che seguiva la sconfitta delle regionali e delle europee, la sconfitta della divisione dell’Ulivo, la sconfitta del governo Prodi, la sconfitta dei rapporti con Rifondazione. Hanno accomulato una tale serie di sconfitte che poi, alla fine, solo noi al Foglio siamo rimasti a dire che loro hanno governato mica male…
Già, il governo della Goldman Sachs…
Ma insomma, prima hanno vinto un congresso su una linea blairista, poi hanno dato tutto il potere a Prodi che adesso li sbertuccia che sono dei pupazzi all’Opus Dei. Hanno fatto la battaglia di delegittimazione di Berlusconi, quando era evidente che anche la Margherita parla con Berlusconi, per il governo, gli investimenti al sud, la crisi della Fiat, mandare gli alpini in Afghanistan. Questo lo dico sia a Berlusconi sia all’opposizione: non è che è stata inventata la storia che non esite un governo se non c’è un’opposizione e non c’è un’opposizione se non c’è un governo. Vengono insieme. Questo è il segreto che bisogna riscoprire. D’Alema lo riscoprirà e cercherà di piazzarsi su una frontiera di alternanza. Ma quanto tempo perduto, quante occasioni mancate, quante stupidaggini dette, quanta boria, quanta distanza dalla realtà…
Stai bastonando il cane che affoga…
Ma non lo vedi? Finge di essere l’uomo dei festival, dell’apparato, del popolo, delle salamelle, ma invece è tutta una cosa giocata nel piccolo teatrino politico romano. Ma non vedi quanto sono compunti? Non capiscono neanche la campagna per Mike Buongiorno senatore a vita (ovviamente una campagna sacrosanta essendo Mike Buongiorno l’artista pop dell’era contemporanea, come Andy Warrhol). Tu spiegami il gruppo dirigente dei Ds. Io ho chiesto personalmente a D’Alema e a Fassino: ma come potete pensare di fare poltica se avete il capo della Cgil che vi tira contro a pallettoni e il direttore dell’Unità, che è una testata alla quale la gente è affezionata, che trasforma questo giornale in una specie di tribuna del peggio delle viscere del popolo di sinistra? Avete vinto il congresso e avete un giornale finanziato dai vostri parlamentari che vi spara a cannonate tutti i giorni. Si muove guerra in questi casi. Pensa a Berlusconi, se Il Giornale… Ti ricordi come risolse il caso Montanelli? Anche con qualche volgarità e rozzezza, ma lo risolse subito. Se sei l’editore di un giornale devi avere un giornale che ti appoggia, mi sembra normale, no?
E il cosiddetto partito di Repubblica, dove sta tirando, secondo te?
È un partito poliforme, e poi Repubblica è fondamentalmente un giornale. Però “la nota lobby”- come la chiamava Cossiga quando era contro Berlusconi – si è estinta fino agli estremi limiti del sinestrese ed è diventata una specie di Paese Sera del 2000. Un giornale fiancheggiatore dei più bassi istinti della sinistra. Ha fatto concorrenza all’Unità. Tant’è che all’improvviso a Repubblica – che poi gli somiglia di più a Berlusconi perché sono una lobby di borghesi – si sono accorti che Zucconi può pure scrivere da Washington che Berlusconi fa il saltimbanco alla corte di Bush e strepitare che il re è nudo e che l’America sta coi Talebani. Ma poi devono aggiungere che “forse sul first strike non hanno tutti i torti”, come ha scritto il direttore Mauro in un suo editoriale. Alla fine, devono pur mettere a fuoco il loro “essere sociale”. Sai, i marxisti dicono che la coscienza di classe è determinata dall’“essere sociale”, non viceversa.

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