Piccoli imperatori crescono

Di Madama Enrico
25 Luglio 2002
Zhou Wenchang è un buon esempio degli imprenditori cinesi riusciti a farsi da soli cogliendo al volo le opportunità di apertura al mercato offerte dal regime di Pechino

Zhou Wenchang è un buon esempio degli imprenditori cinesi riusciti a farsi da soli cogliendo al volo le opportunità di apertura al mercato offerte dal regime di Pechino. Nella città di Xingyang, provincia di Henan, Zhou controlla il 53% di una delle migliori aziende di produzione di autobus cinesi (quest’anno prevede di venderne 5000, con oltre 30 milioni di dollari di ricavi), il 51% di una scuola privata e 5000 acri di terreno dove coltiva materiali per cosmetici. Non solo, membro del Partito Comunista Cinese, nel 1995 fu eletto “lavoratore modello”, è stato per due volte rappresentante nel governo provinciale, attualmente è assistente del sindaco di Xingyang e infine è stato nominato “imprenditore eccellente” da un gruppo legato al Pcc. Zhou è anche annoverato tra i cosiddetti “imperatori sporchi”, ovvero quelli che fanno il buono e cattivo tempo nella provincia cinese. Per risolvere le varie dispute commerciali in cui si è trovato coinvolto ha preso l’abitudine di far rapire e all’occasione torturare clienti, colleghi e concorrenti dalla polizia e dai magistrati locali. Secondo il People’s Daily, il più importante quotidiano cinese, riuscì anche ad estorcere ad un imprenditore agricolo 21mila dollari per un autobus senza poi consegnarglielo. La fortuna di Zhou si basa su quello che si potrebbe chiamare il principio di frammentazione dell’autorità comunista. Quando al grido “arricchitevi!” le autorità nazionali di Pechino hanno permesso l’apertura al mercato capitalista, hanno anche coscientemente avviato un moto centripeto rispetto al modello di centralismo assoluto. Per assicurare la crescita economica del paese (e scongiurare una fine simile a quella di Gorbaciov), hanno deciso di sacrificare il controllo diretto del potere locale. Non volendo tuttavia rinunciare anche al principio di potere assoluto, mettendo a rischio la gestione del potere stesso, a Pechino hanno optato per una sorta di devolution con la redistribuzione del potere all’interno del partito stesso. Così le corti di giustizia locale pur in teoria sotto il controllo diretto di Pechino, sono ora gestite dalla sede locale del Pcc e pagate dal governo locale. Allo stesso modo, le imprese statali privatizzate vengono vendute per pochi spiccioli a dirigenti che, guarda caso, sono tutti membri del partito. Abdicando in favore dei propri apparati locali, la capitale ha di fatto consentito che venisse a mancare il controllo dall’alto dittatoriale tipico dei regimi comunisti, senza tuttavia che fosse concessa la nascita del controllo dal basso proprio dei regimi democratici. In questo modo i notabili comunisti locali hanno ricevuto mano libera per fare quello che vogliono, nei limiti in cui non creino scandalo a Pechino. In questo modo i cinesi oltre al grande imperatore comunista della Città Proibita, si trovano oggi ad avere a che fare con tanti piccoli imperatori locali, i cosiddetti “imperatori sporchi”, appunto. In pratica, i principi politici comunisti (leggi partito unico) hanno deliberatamente creato un sistema di intrallazzi tra pubblico, privato, potere giudiziario, esecutivo ed economico da fare invidia a Tangentopoli. Il caso del signor Zhou ne è solo un esempio.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.