Piccolo mondo atipico
La “precarietà” sta dando lavoro a molti. Grazie alla nuova bandiera della sinistra di lotta e di governo, l’industria dell’indignazione fa progressi. Fa affluire le sovvenzioni statali ai film dei registi militanti. Infiamma i cuori della nazionale cantanti. Allunga la lista delle novità editoriali all’insegna della cultura del piagnisteo. Ma cosa dicono loro, i cosiddetti “precari”?
Tiziana Merlo, 25 anni, è una giovane laureata. Vive in provincia di Varese e lavora con un contratto a progetto in un ospedale di Milano. «Sembrerà strano, ma io sono soddisfatta. Sto imparando, crescendo professionalmente. Sono a contattato con uomini e donne che mi stanno dando molto. Ho studiato per questo lavoro, per l’impegno che necessita. L’incertezza per il contratto che scade ogni sei mesi non va a ledere il senso di appartenenza, la pienezza per un’esperienza umana e lavorativa che, sono sicura, non ha eguali».
Domenico Badi, 23 anni, è un agente immobiliare. Cercava un’occupazione dopo aver “bucato” all’università e, rispondendo ad un annuncio, ha trovato la maniera di guadagnarsi da vivere. Quando ha sostenuto il colloquio ha capito subito che non sarebbe stato facile. Un tipo sbrigativo il suo capo. «Non pensare a contratti da impiegato. Se vuoi lavorare qui devi fare il corso per avere il patentino e poi aprire una partita Iva». Fregato? «Non direi. Io sto imparando un mestiere. Concretamente non ero in grado di far nulla, oggi ho un possibile futuro. Non ho uno stipendio fisso o una garanzia a portata di mano, ma questo mi ha responsabilizzato. Io vado avanti solo se riesco a vendere case, se la gente si fida di me. Credi che questo sia poca cosa? Per me, è molto. Forse, più di un lavoro».
Mauro Piazzoli, 46 anni, lavoratore interinale, con una famiglia a carico. «L’azienda per cui lavoravo è fallita. Facevamo stampi per macchine utensili, era l’unico lavoro che sapevo fare. Ci ha fottuti la Cina! Siamo rimasti a casa in trenta. Ora, tramite un’agenzia di lavoro in affitto, sto girando un po’ di aziende. Sempre lavori di bassa manovalanza, ma d’altronde io non ho titoli di studio o esperienze particolari. Riesco a sbarcare il lunario, a far mangiare mio figlio. Mi basta. O meglio mi accontento». Precario. «Sì, è vero sono un precario, ma prima ero un disoccupato! Ti assicuro che non tornerei indietro».
Una ex tossica di fiducia
Laura Bianchi, 33 anni, operaia con contratto a termine. Da cinque anni lavora per sei mesi, fa una pausa contrattuale e poi viene riassunta. Ogni volta che scade il contratto, vive il panico di non essere richiamata. Eppure «non posso che ringraziare chi mi ha dato questa possibilità. Certo, sarei molto più tranquilla con un contratto a tempo indeterminato, ma so perfettamente che l’azienda non può rischiare di prendermi fissa. Le commesse sono sempre in bilico, mai sicure. Se c’è lavoro, lavoro. Se l’azienda non ha lavoro, neppure io posso pretenderlo. Fino ad ora, a parte qualche mese di sosta, mi è andata bene. Io sono un’ex tossicodipendente e qui ho trovato persone che mi hanno concesso fiducia. Fiducia ad una ex tossica, non è così scontato». Tutto vero, ma rimani una precaria. «Ti sbagli. Prima ero precaria».
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