Pigramente sulla linea Sharon
Alle 22 di martedi 28 marzo si è conclusa una delle tornate elettorali più apatiche e assenteiste che la storia politica israeliana ricordi. Come nella migliore tradizione anche questa volta i sondaggi si sono rivelati in gran parte inesatti e la votazione ha riservato non poche sorprese. Cercare di descrivere i possibili scenari che si aprono in seguito alle elezioni israeliane ed a quelle palestinesi è un po’ come cercare di descrivere un magma vulcanico: nessuna ondata è simile alla precedente e non si può mai prevedere in quale punto la colata si fermerà e dove invece scoppierà una nuova eruzione. Nonostante per tradizione l’ebraismo deleghi il potere della preveggenza agli stolti, è possibile cercare di analizzare il voto israeliano e soffermarsi su alcuni punti che possono aiutare a capire in quale direzione stia procedendo il magma. Anche se la lista di Sharon ha conquistato meno seggi del previsto, il messaggio di fondo dell’elettorato israeliano è chiaro e più sostanzioso di quanto possa apparire. Israele è pronta a continuare nella politica intrapresa da Ariel Sharon di ritiri unilaterali che servano a garantire una maggioranza ebraica all’interno dello Stato d’Israele. Questo messaggio è il risultato del disimpegno da Gaza effettuato dall’ex primo ministro l’estate scorsa che ha contribuito ad infrangere non pochi tabù, primo fra tutti quello dell’impossibilità di evacuare delle colonie ebraiche, pena lo scoppio di una guerra civile.
Lo “sharonismo” di kadima
L’importanza del voto dell’elettore israeliano al partito Kadima è insita nel fatto che nonostante Sharon sia ormai fuori gioco dal punto di vista politico, il suo messaggio è stato recepito e accettato come la strada da seguire negli anni a venire. Il fatto che a capo di Kadima ci sia Ehud Olmert, un uomo molto meno carismatico di Sharon, può spiegare, almeno in parte, il calo di seggi da 40-42, quando ancora Sharon era a capo della lista, ai 28-29 attuali. Parafrasando Manzoni si potrebbe dire: Olmert, adelante ma con judicio! Accanto a questo, che rimane il punto principale delle votazioni appena svoltesi, c’è un altro punto molto sostanzioso che si può dedurre dai risultati elettorali: il voto di protesta verso la politica economica del governo uscente. Chi ha pagato in prima persona il prezzo più alto è senza dubbio Binyamin Netanyahu, l’ex ministro delle Finanze, che per rimettere in sesto l’economia israeliana, dissanguata da cinque anni di Intifada, non ha esisato a colpire i ceti più bassi della società allargando il dislivello sociale già di per sè molto elevato. A trarne vantaggio in modo sorprendente e tutt’affatto previsto è stato il partito dei pensionati che riuscirà ad entrare, per la prima volta nella sua storia, nella Knesset con 7-8 seggi, grazie anche ad un numero non indifferente di voti provenienti dai giovani. In definitiva, si può affermare che la popolazione si è in qualche modo abituata alla situazione attuale ed è in grado di sopportare un livello di Intifada simile a quello trascorso nell’ultimo anno a patto che, oltre ad arginare gli attacchi terroristici, lo Stato si prenda carico, in misura maggiore, del benessere dei propri abitanti. L’israeliano medio è ormai disincantato, capisce che una pace lunga e duratura coi palestinesi è ancora lontana e si accontenta per il momento di riorganizzare le proprie fila e rinsaldare il proprio tessuto sociale.
L’impasse di hamas
Un altro punto da tenere in considerazione sono i risultati delle elezioni politiche palestinesi e del trionfo di Hamas. La domanda che molti osservatori politici si pongono è di vedere se Hamas riuscirà a conciliare i suoi proclami ideologici di netto rifiuto del sionismo e dello Stato d’Israele col pragmatismo di chi deve governare e scendere a compromessi. è opinione diffusa e sostanzialmente corretta che il voto palestinese a favore di Hamas sia stato soprattutto un voto contro la corruzione e il malgoverno del partito di Abu Mazen, e per certi versi i risultati elettorali hanno sorpreso anche gli stessi dirigenti del partito islamico. La nuova leadership palestinese si trova oggi di fronte a un bivio di enorme importanza, governare un embrione di Stato è una cosa impegnativa e di grossa responsabilità. I palestinesi vivono una situazione economica difficilissima che crea un enorme malcontento e Hamas ha saputo proporsi in questi anni come un’alternativa sociale, creando una rete di strutture di sostegno alla popolazione e diventando così un modello, ai loro occhi, di efficienza organizzativa. Se questa capacità, unita ad una gestione politica priva di corruzione, dovesse mancare, Hamas si troverebbe in seri guai; per cui, paradossalmente, anche a questo partito che fa dell’oltranzismo la sua bandiera, serve un periodo medio-lungo di tempo per risanare l’economia e rinsaldare il proprio potere politico. Il problema di Hamas è che il massimo che può offrire ad Israele sul piano delle trattative è l’accordo su una tregua anche decennale in cambio del ritorno ai confini precedenti alla Guerra dei Sei giorni, ma senza alcun riconoscimento al diritto di esistere dello Stato ebraico, cosa che Israele non può neanche prendere in considerazione.
crisi di coscienza fra gli arabi
Fra questi due blocchi contrapposti si agitano le colate del magma mediorientale, ma i segnali positivi sono più numerosi di quanto si possa credere. Attività comuni fra israeliani e palestinesi stanno prendendo sempre più piede e si traghetta lentamente ma inesorabilmente verso il mondo della banale normalità. Il mondo arabo, sempre più influenzato dai mass media e dalle tv satellitari, comincia a porsi domande imbarazzanti di critica verso la sua mancanza di crescita morale ed economica, sempre più leader medio-orientali cominciano a capire che occuparsi del benessere dei propri cittadini è una priorità vitale per poter continuare a guidare il proprio paese.
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