POESIA D’ALBANIA
Soltanto la limpidezza dell’espressione poetica libera Çlirim Muça dal senso della clandestinità e dell’angoscia. è un albanese giunto a Milano che declama con coraggio e innocenza il profondo di sé, ogni grandezza e miseria umana. La sua lirica è rabbiosa e nostalgica, mai dimentica della terra d’origine, densa dei più importanti temi umani: il ricordo, i limiti, il tempo, i disagi dell’esistere.
I primi inni del Grido sono la ricerca del senso ultimo e la cruda visione della sua situazione personale: «Poesia, mia tristezza – accresci il dolore – che l’anima deve sopportare». E spesso tristezza e speranza si incontrano: «La mia anima mi promette le stelle». «Tutto e nulla è l’uomo», «è da stolti dubitare della Sua presenza – quando si è certi di avere un’anima», «La magia dell’amore si chiama vita – tutte le altre sono ciarlatanerie». Sono alcuni degli aforismi che concludono questo libretto.
Nel secondo, Da oltre il mare, poesie clandestine, la voce lirica di Çlirim è potente, si immerge nel rifugio del ricordo, nel limite del quotidiano, nel divino e nel suo contrario, nel rifiuto sociale e nell’emarginazione, nel legame con la sua terra e in ciò che altre realtà hanno maturato. Sorgono le domande della vita, il malessere per il permesso di soggiorno, la denuncia sociale, il dono dei figli, l’incomprensibilità dell’amore. «Noi scappiamo, Albania, scappiamo»: è il poeta clandestino e straniero che vive nella fuga e nel terrore e ha come unica ricchezza i ricordi del passato e le notti che non vedrà più. «E rimane la lunga strada dell’emarginazione – e due volte, – due volte di più la povertà». Rimane la luce dell’amore: «I volti amati sono tanti. – Immutevole è l’Amore ed immortale».
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