Poiché la donna spiega la finitezza

Di Luigi Amicone
06 Luglio 2006
La brulicante positività di Silvana Mauri, da poco scomparsa, che per uno strano gioco del destino avrebbe dovuto raccontare a Tempi il suo 'ritratto di una scrittrice involontaria'. Ecco chi era la donna amata da Pasolini

Potrebbe essere il ritratto di Silvana Mauri se non fosse l’archetipo della figura a cui è stato dato il potere di portare il cielo sulla terra: «La donna concilia l’uomo e se stessa col mondo, è in armonia con l’esistenza in una misura che l’uomo non conosce. Poiché la donna spiega la finitezza, essa è la vita profonda dell’uomo: una vita tranquilla e nascosta, come è sempre la vita delle radici. Il matrimonio è quindi il legame umano, che riannoda lo spirito al mondo e alla vita sociale».
Strano destino quello del talento femminile descritto mirabilmente da Cesare Pavese e cancellato dal panorama arido e grottesco, come di un quadro di Bosch, di una postmodernità ermafrodita e transgender. Ma il genio della donna è come l’araba fenice. Rinasce quando meno te l’aspetti. Possibile che succeda anche in tempi dall’estetica e dal buon gusto rivoltati come il celebre guanto giudiziario di Davigo, quando il modello non è neanche più Cicciolina, ma l’onorevole Luxuria? Possibile. E infatti riaffiora, come per incanto, da un libro che non doveva essere scritto. «Per tutta la sua vita gli amici le hanno rimproverato di non scrivere. Ma la verità è che Silvana, che è stata sempre una straordinaria narratrice orale, ha anche magnificamente scritto». Ha ragione Rodolfo Montuoro, curatore del Ritratto di una scrittrice involontaria (edizioni Nottetempo): questo libro di Silvana Mauri «non è solo la rivelazione di una scrittrice involontaria ma è il ritratto di un mondo, anzi di più mondi, guardati con acutezza e amore».

Acutezza e amore
Aggettivi perfetti. Che spiegano il miracolo di questa autobiografia di una grande borghese e il nutrimento che dà al lettore (anche proletario) goloso di realtà e di pregiudizio positivo sulle cose. Ecco la notazione asciutta, proprio antimoderna, non sentimentale, non acrimoniosa, di un abbandono dopo la promessa di matrimonio. «Un giorno Massimo mi disse con irruenza: “Ti amo e ti voglio sposare”. Io sono stata subito consenziente, ma lui stava a Roma e io a Milano e mio padre non era tanto del parere che andassi io a Roma, avrebbe preferito che lui venisse a trovarmi, cosa che non ha fatto. Era un amore un po’ teorico. Eravamo uniti dalle lettere. Allora non si usava nemmeno telefonarsi. Un giorno mi ha scritto: “Mi sono innamorato di una pianista, restituiscimi le lettere e le fotografie”. Io ho sofferto e mi sono anche un po’ ammalata per il mistero di questo cambiamento così repentino». In un’annotazione del 23 marzo 1945, l’icastico profilo del filosofo cattolico Antonio Banfi, uno dei primi consulenti e autori Bompiani e che ben presto transiterà dalla mistica kantiana a quella marxista, nel 1948 sarà eletto senatore nelle liste del Fronte Popolare, diventerà grande ammiratore di Stalin, membro del comitato centrale del Pci, organizzatore culturale e capostipite di una certa generazione di filosofi egemoni all’Università di Milano. «Tutta la vita ha sofferto d’essere un mancato, un filosofo sistematore, di non avere una posizione decisa, di trovarsi sempre in pianura con la fotografia della montagna in mano».
Non meno istruttiva, ieri come oggi (pensiamo all’Irak), questa notazione in morte di Roosevelt dove da una parte si vede il realismo semplice e genuino del popolo, dall’altra il cinismo intellettuale e l’arroganza del giornale di regime. «è morto Roosevelt. La natura procede coi suoi passi d’elefante, colpisce anche il vittorioso che gioca al golf. Certi letterati dicono ridendo: perché invece di lui non è morto un altro? Era un grande uomo? Responsabile? L’Italia libera lo ha compianto come un grandissimo uomo, amico dell’Italia. L’Italia fascista lo chiama criminale di guerra e lo pubblica sul Corriere, fotografato mentre sghignazza».

Più che una scrittura è una voce
E così, accanto a certi picchi di talento femminile, come Flannery O’Connor, Ursula Hirschmann e Hannah Arendt, spunta adesso questa italiana di buona famiglia, “scrittrice involontaria”, sconosciuta al grande pubblico anche se ben nota nel piccolo mondo antico dei salotti milanesi. Ci sarebbe voluto Il Dizionario di Milano di Carlo Castellaneta o un profondo conoscitore della “meglio gioventù” di Pier Paolo Pasolini per sapere qualcosa di questa Silvana Mauri. Che ora finalmente anche il grande pubblico può scoprire come scrittrice viva, con «una scrittura che dà l’emozione della voce», la sensibilità umana finissima e un’inquietudine custodita nel segreto di un’anima che non si è voluta rivelare in pubblico se non negli ultimi giorni della sua vita. Quando era già vecchia, vedova e faceva le coccole ai nipotini.
Nata a Roma e inchiodata alla nostalgia di Roma, in questa donna emigrata ancora bambina a Milano, fattasi milanese fino al midollo, vi è anche l’espressione notevole di una borghesia che forse non esiste più. La borghesia milanese seria e laboriosa, lontana dall’ideologia e vicina al popolo. Silvana Mauri è morta all’età di 86 anni, la mattina del 23 giugno scorso. Per quelle strane coincidenze del destino, se n’è andata due giorni dopo una nostra telefonata in cui avremmo voluto chiederle (come già ci concesse in passato, vedi l’intervista su Pasolini, Tempi ottobre 1995, poi ripubblicata in Tempi numero 45, 3.11.2005) un’intervista sul suo libro fresco di stampa. Già, perché a Silvana Mauri è toccata la strana sorte di scrivere un libro, l’unico della sua lunga e feconda vita, che è tante cose insieme (memoria di un’adolescenza intensa e felice, ricordo pieno di gratitudine per un padre maestro di libertà, diario di guerra e repertorio di immagini della Milano dell’immediato dopo guerra e di quel mondo tutto particolare che ruota intorno alle grandi case editrici, di intellettuali, scrittori, poeti) e una sola mano che ci accompagna in una storia brulicante di positività dentro qualunque circostanza, buona o cattiva.

Trittico di una vita risolta
Il volume è suddiviso in tre parti e formano come un trittico a cui l’autrice ci introduce quasi come nell’atto di spalancare le porte della propria casa, tessendo in sottofondo, con brevi inserzioni autobiografiche e riferimenti a fatti ben circostanziati, l’ordito di un’avventura umana e di un’epoca riflesse senza nostalgia ma con simpatia grata al destino che tutto fa. Nella prima parte ci sono le lettere e i ricordi della giovinezza. Nella seconda il diario della Milano ai tempi della guerra e di uno dei quarant’anni di lavoro trascorsi dalla Mauri nella casa editrice dello zio Valentino Bompiani. Nella terza i profili di alcuni dei tanti intellettuali e scrittori conosciuti lavorando appunto in Bompiani e poi, per altri vent’anni, nella Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri.
è un libro che non soltanto si legge tutto d’un fiato. Ma che edifica, riapre lo sguardo sul mondo, restituisce libertà di pensare all’uomo e alla donna impagliati nei cliché della schiuma dei Baricco e nella mentalità da cinismo vagabondo che impregnano la mentalità e l’industria culturale dominante. Un libro fresco e mormorante la sorgente come un quadro di Segantini. Una testimonianza di vita piena, con circostanze, nomi, affreschi di posti e di incontri, profumi e immagini dell’Italia dei cuori forti e mai sazi di bellezza. Un libro nobile e vero, che fa pensare alla poesia di Ada Negri e all’autenticità pensosa e drammatica di Pier Paolo Pasolini. Infine, ma non meno significativo, un libro che fa vedere la forza della natura che è una donna risolta. Cioè una donna che è se stessa, dice sì alla vita, rifugge l’avvoltolamento nel narciso, ripugna il sentimentale, la negatività, il rancore. Tossine indispensabili per essere donne emancipate e moderne.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.