Politicamente scoretto
Torino. Sebbene nei suoi quartieri del centro la prima lingua parlata sia l’arabo e osservi con il suo tipico understatement il dilagare dell’islam nelle sue strade, anche nella capitale italiana della political correctness ci sono eccezioni piuttosto vistose. Come il Cidas (Centro Italiano Documentazione Azione Studi, www.cidas.it), che lo scorso weekend ha organizzato un convegno di due giorni sul tema “Islam e Occidente: guerra o pace?”. Invitati a trattare l’attualissimo argomento, non i soliti pensatori-scendiletto di casa Fiat stile Igor Man, ma il gotha del non politicamente corretto: Ernst Nolte, Alain Besançon, Jean-François Revel, Luciano Pellicani, Pascal Salin, Kenneth Minogue e Vittorio Mathieu. Nonostante la portata dell’evento, il quotidiano torinese La Stampa è riuscito a mantenere il suo mitico aplomb. Ovvero il silenzio assoluto.
ISLAM…
Di Ernst Nolte abbiamo già pubblicato nel numero scorso un corposo stralcio di intervento. Lo storico berlinese ha dato a intendere con numerosi riferimenti storiografici la natura “guerriera” dell’islam, ha espresso profonda preoccupazione di fronte alla prospettiva dell’ingresso della Turchia in Europa, adducendo ragionamenti malthusiani. In poche parole, ha dato corpo a un timore piuttosto ricorrente in Europa: anche volendo prescindere da ragioni culturali e religiose, non si può avere una Turchia europea perché il tasso di fecondità turco è troppo elevato rispetto al nostro. In breve tempo ci ritroveremmo con una maggioranza musulmana in Europa. Nolte, nelle numerose interviste rilasciate al convegno, ha ribadito che l’attacco terroristico islamico si può interpretare come “attacco-difensivo”. La risposta occidentale, e in particolare quella europea, dovrebbe essere la seguente: «Un no ai progetti (di integrazione, ndr) a breve scadenza. (…) Un sì alla necessità a lungo termine di tendere a un compromesso fra le culture un tempo così nemiche, ma che continuano a sussistere nella loro diversità nonostante tutte le trasformazioni di carattere storico».
Rivolta all’analisi della risposta islamica nei confronti dell’Occidente (quello che Nolte chiama “attacco difensivo”) è la relazione di Luciano Pellicani. Pellicani dichiara in apertura che il terrorismo islamico rappresenta la smentita più massiccia e clamorosa delle tesi di Fukuyama. Esso costituisce infatti una dichiarazione di guerra all’intera civiltà occidentale, di cui rifiuta ogni istituzione ed ogni valore, dalla democrazia rappresentativa al mercato, dalla libertà individuale alla laicità dello Stato. Ce lo ha ricordato in una delle sue ultime interviste il famoso antropologo Claude Lévi-Strauss: «Ho cominciato a riflettere in un momento in cui la nostra cultura aggrediva le altre culture, di cui perciò mi sono fatto testimone e difensore. Adesso ho l’impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia sulla difensiva di fronte alle minacce esterne e in particolare di fronte alla minaccia islamica. Di colpo, mi sento etnologicamente e fermamente difensore della mia cultura». Ciò che caratterizza in maniera forte l’età moderna è il fatto che, per la prima volta nella storia dell’umanità, è emersa una civiltà – quella in cui e di cui viviamo – a carattere planetario. Tutte le civiltà del passato hanno operato su un’area geografica limitata. Per converso, la nostra civiltà non conosce confini. L’aspetto più gravido di conseguenze del processo espansivo della civiltà occidentale non è costituito dal fatto che, a mano a mano che la sua attrezzatura tecnologica è cresciuta, essa ha sottoposto al suo dominio politico-militare buona parte del pianeta Terra, bensì dal fatto che essa è dotata di una potenza “radioattiva” fuori del comune, la cui istituzione centrale è il mercato. Esso procede come una gigantesca valanga culturale che cresce su se stessa. Non a caso, Marx ha definito il capitalismo come una “rivoluzione permanente”. Un fenomeno del genere è una novità storica assoluta. Detto ciò, Pellicani si fa guidare dalla teoria di Toynbee dell’aggressione culturale per analizzare il terrorismo islamico. L’idea di fondo è che quando due civiltà s’incontrano, quella dotata di una superiore potenza radioattiva suscita nell’altra un mutamento radicale della sua attitudine mimetica, la quale si rivolge dall’interno verso l’esterno. Accade così che la civiltà “inferiore” incomincia a imitare il modo di vita alieno, che prende a modello, sia perché ne avverte il fascino, sia perché è forza maggiore farlo per sfuggire alla sua condizione di sudditanza e sottrarsi alla minaccia di essere degradata al rango di colonia. Quando si fa palese che l’assimilazione della cultura estranea diviene inevitabile e che le stesse capacità di autodeterminazione della società sottoposta alle radiazioni allogene vanno scemando a vista d’occhio, nasce il “partito erodiano”, cioè il partito di coloro che assumono un atteggiamento opposto a quello degli “zeloti”: anziché rifiutare ostinatamente la cultura aliena, gli erodiani si fanno sostenitori di una intenzionale e programmata acculturazione. Essi, per impedire la colonizzazione imposta, si prodigano per stimolare una sorta di auto-colonizzazione. Fin qui tutto molto interessante, ma il ricorso alle teorie di Toynbee rimarrebbe inconcluso se non si identificasse il partito degli “zeloti” con il fondamentalismo islamico. Il vero zelota oggi è Bin Laden e l’universo di entità terroristiche musulmane. Non è un caso se la traduzione letterale di Hamas è “zelo”. La reazione zelota ha una vampata iniziale nel 1928 con la nascita dei Fratelli Musulmani (reazione diretta all’abolizione del Califfato da parte di Kemal Ataturk), e una delle sue manifestazioni più imponenti è la Rivoluzione iraniana. Fondata sulla totale identità tra Stato e Religione, la repubblica islamica è il ribaltamento della tipica idea alla base della moderna democrazia liberale: quella per cui la legge è cosa fatta dagli uomini. Per Khomeini la Legge e Dio sono due facce della stessa medaglia. Perciò nella cultura laica il fondamentalismo islamico non può non vedere un agente di dissoluzione della tradizione religiosa, quindi una forza intrinsecamente “satanica”. Per questo, l’attuale rinascita islamica ha assunto i tratti della “reazione zelota” contro la Modernità. è per preservare la piena vigenza normativa della sharia che i fondamentalisti oggi fanno il volto dell’arme a tutto ciò che proviene dall’Occidente, civiltà costitutivamente “pagana”. Alain Besancon ci ricorda che noi occidentali sbagliamo a considerare l’islam una religione semplicistica, una “religione da beduini”. Al contrario, si tratta di una religione molto forte, una cristallizzazione specifica del rapporto dell’uomo con Dio perfettamente contrapposta al rapporto ebraico e cristiano ma non meno coerente. I cristiani hanno poi il gravissimo torto, aggiunge sempre Besancon, di ritenere che l’adorazione da parte dell’islam del Dio unico di Israele renda più prossimi a loro i musulmani rispetto ai pagani. In realtà, come dimostra la storia delle loro relazioni, essi ne sono più radicalmente separati a causa del modo di adorazione dello stesso Dio. Ne consegue che nel loro sforzo per comprendere i musulmani e “dialogare” con loro, i cristiani devono appoggiarsi a ciò che permane di religione naturale, di virtù naturale in seno all’islam. E innanzitutto devono insistere sulla natura umana comune che condividono con essi. Ma il Corano, a differenza di Omero, Platone o Virgilio, non può essere considerato come una preparatio evangelica.
…E OCCIDENTE
Spostiamo ora per un momento il centro della nostra attenzione dall’islam all’Occidente. Ce ne dà modo la relazione di Kenneth Minogue, professore alla London School of Economics (e, a giudicare dalle sue idee, mosca bianca all’interno della sua università). Minogue osserva l’aggressività islamica nei confronti dell’Occidente. Qualsiasi relazione, ci ricorda l’inglese, implica un equilibrio tra le forze in gioco. Questo equilibrio muta nel corso del tempo, e le minacce maggiori si presentano quando uno dei due soggetti si fa l’idea che l’altro è debole, o in fase di indebolimento, o decadente. Questa, storicamente, è un’idea che si impadronì dei nazisti e dei fascisti tra le due Guerre mondiali, quando essi osservarono le democrazie liberali. Lo stesso attacco giapponese di Pearl Harbour poggiava sulla convinzione che gli americani non avessero la determinazione necessaria per una guerra di tale portata. I coreani del Nord invasero la Corea del Sud certi che gli americani non avrebbero opposto resistenza. E la stessa idea influenzò la decisione della junta argentina al momento di occupare le isole Falkland. Come dimostrano questi esempi, è veramente importante evitare che maturino simili convinzioni. Nel caso specifico dell’islam, le affermazioni di Bin Laden hanno reso chiaro che gli islamici hanno un’immagine dell’Occidente come di una società ricca, debole e decadente. Il comportamento americano in Libano e in Somalia aveva dato loro l’impressione che molto potesse essere fatto contro gli americani senza che ne derivasse alcuna punizione. Difficile analizzare l’11 settembre sotto questo profilo, perché è certamente un’esplicita dichiarazione di guerra totale, ma non comporta un danno fatale o in ogni caso arrecante inabilità permanente agli Usa. Può chiaramente darsi che gli islamisti fossero convinti che un simile atto sarebbe corrisposto a una chiamata alle armi contro l’Occidente, come dimostrato dalle immagini di folle festanti mostrate dalla Tv. Bin Laden stesso ha più volte affermato che la gente ammira la forza. Nessun dubbio che ciò indichi una riproposizione dell’ambizione musulmana di assoggettare il mondo intero al verbo del Corano, e che le premesse di una simile ambizione risiedano non solo nel convincimento che l’Occidente è ricco, ma soprattutto che esso è vulnerabile. è possibile, spiega Minogue, capire come dovrebbe comportarsi l’Occidente solo comprendendo la natura dell’Occidente. Minogue distingue tra due tipi di Occidente: quello “storico” e quello “razionalista”. L’Occidente storico comprende l’Europa cristiana che emerge dal mondo greco-romano e sfocia nella cultura del mondo moderno. Espressioni di questa cultura sono ad esempio le chiese e le cattedrali in paesi occidentali, l’arte, la musica e la letteratura che abbiamo ereditato con tutte le loro variazioni nazionali, e lo sviluppo della storia, dell’archeologia e delle scienze sperimentali. Si tratta di una civiltà che ha stregato il mondo non solo con la sua inventiva tecnologica, ma anche con la sua evidente tolleranza morale e sociale di una pluralità di forme di vita. Una civiltà molto vitale, ma che ha speso tanta di quella vitalità nelle due Guerre mondiali, che le hanno certamente lasciato in eredità debolezza, maxime in Europa. Il potere e la creatività dell’Occidente gli hanno portato invidia e ostilità, ma la vera cifra del suo valore è l’essere la social arena verso la quale affluiscono in massa immigrati e rifugiati. In milioni sono disperati pur di riuscire a raggiungere l’Occidente.
Esiste poi l’altro Occidente, quello “razionalista”. Viene spesso identificato come “postcristianità” e nasce da quello che era il titanico progetto illuminista, lo Enlightenment Project, come lo chiama Minogue. Si basa sul fondamento che attorno al diciottesimo secolo la ragione universale è emersa per caso in Europa, e ha liberato se stessa dalla magia, dalla religione e dalla superstizione che avevano così a lungo piagato l’umanità. è importante dire che la cosa fu casuale, giacché è un mantra dell’Occidente razionalista il fatto che il modello di vita da esso propugnato non ha legami con la cristianità né tantomeno con l’Occidente storico. Il parto dell’Occidente non ammette uno sviluppo storico, e Minogue lo paragona alla nascita di Atena, nata così, d’amblais, dal cranio di Zeus. La dottrina razionalista è fiorita e si è concretizzata nella teoria dei diritti umani e in una burocrazia internazionale i cui agenti negli stati nazionali sono spesso organizzazioni non governative. In un certo senso ai sacerdoti si sono sostituiti i giuristi, poiché si tratta di un movimento secolarizzato promotore del diritto e dell’ordine universale, e i cristiani sono stati ricompresi al suo interno per mezzo della teologia della liberazione e soprattutto per mezzo dell’ecumenismo. Le università occidentali sono divenute i suoi centri propulsori e la sua moralità consiste nella non discriminazione e in quella cosa comunemente chiamata political correctness.
L’Occidente razionalista si presenta come un’impresa a carattere missionario e totalizzante, comprendendo grossomodo qualsiasi razza o religione e pretendendo una notevole omogeneizzazione della razza umana. Nella fattispecie vorrebbe che fossimo tutti liberal, tolleranti, democratici, egualitari e razionalisti. è a questo punto che capiamo cosa stia succedendo nel conflitto tra i due Occidenti. Tutte le religioni sono uguali, tranne il cristianesimo. La religione cristiana è spesso esclusa dai programmi di tolleranza razionalisti. In un certo senso, il conflitto tra islam e Occidente dovrebbe, a rigor di logica, riguardare essenzialmente l’Occidente razionalista. Questo perché la missione razionalista è quella che minaccia la sharia islamica e i suoi costumi. Inoltre l’islam stesso riconosce la “liberazione razionalista” come la principale causa della secolarizzazione e della licenziosità dei costumi che rendono decadente l’Occidente. Il fatto è che proprio l’Occidente razionalista è incapace di difenderci e l’Onu è il più limpido esempio di questa impotenza manifesta. Ma c’è di peggio. La cosa più grave in assoluto è che l’Occidente razionalista rigetta in tronco la dialettica amico/nemico, in quanto le sue vedute razionaliste possono solamente contemplare categorie “giuste”. Queste categorie, come qualsiasi elemento all’interno della Weltanschauung razionalista, escludono del tutto qualsiasi riconoscimento di realtà storiche. Al punto da spingersi a negare lo status di democrazia a Israele.
Minogue conclude la sua esposizione con un triplice ordine di considerazioni: la tesi è che l’Occidente ha abbandonato la sua integrità come civiltà dotata di una propria specificità cristiana. L’antitesi è riconoscere che il disegno dell’Occidente razionalista è di fatto imperialistico e intrusivo nei confronti dei modi di vita coltivati in altre nazioni. In questo Minogue è sulla stessa linea di Jean-François Revel, che trova molto difficile l’esportazione del modello democratico occidentale in paesi islamici. E la sintesi? Dovrebbe consistere in un onesto riconoscimento dei nostri interessi di civiltà, e in particolare dovremmo insistere a fondare le relazioni tra civiltà sulla base della reciprocità piuttosto che in termini assoluti. Come dimostra il dilemma del prigioniero, la logica sostanziale dovrebbe essere: «Noi cooperiamo se anche voi lo fate, e ci rifiutiamo di farlo se voi non cooperate». In questo modo emergerebbero le differenze di vedute, che verosimilmente esistono anche all’interno dell’islam per quanto riguarda la sua ostilità verso l’Occidente. E soprattutto è ora di smetterla di riferirci alla “comunità internazionale”, che altro non è se non un meccanismo per caricare di fardelli finanziari ed economici l’Occidente. Al contrario, occorre ammettere apertamente che viviamo in un mondo diverso e pericoloso, e che non possiamo aspettarci che siano altri a perseguire in nostra vece la nostra stessa sicurezza e difesa.
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