Populismo liberale
Per giorni la libera stampa di questo paese ha dipinto il decreto varato dal governo in fatto di liberalizzazioni come un atto epocale degno della blue revolution di Margaret Thatcher. Ma è davvero così? Dobbiamo davvero gridare al miracolo per l’eliminazione dei costi di ricarica dei telefonini o per l’impagabile libertà di una bella permanente al lunedì pomeriggio? Per Franco Bechis, direttore di Italia Oggi, «queste liberalizzazioni o presunte tali fanno abbastanza ridere, soprattutto perché il concetto stesso prevede che liberalizzare significhi rendere possibile, da un giorno con l’altro, qualcosa che prima non si poteva fare. Bene, il governo si è mosso in tal senso soltanto per parrucchieri, derattizzatori e guide turistiche. Anzi, neppure in questo caso possiamo parlare di liberalizzazione visto che con il provvedimento che rendeva liberi gli orari di esercizio molti coiffeur potevano già esercitare di lunedì. Inoltre trovo molto comico il fatto che un decreto legge su questo argomento cominci con le parole “sono vietate”. Sono provvedimenti populistici, come quello sulle ricariche dei telefonini, che non toccano veramente il nodo del problema, ovvero le tasche dei cittadini: se si vuole veramente sbloccare il mercato e favorire la concorrenza bisogna intervenire sul costo delle tariffe. I grandi monopoli con questa manovra non vengono minimamente intaccati, anzi. E non parlo del gas o dell’elettricità ma anche delle poste, che la stessa Unione Europea ha detto devono essere liberalizzate: nel decreto in entrata c’era un piccolo provvedimento che garantiva un rimborso minimo agli utenti che non vedevano recapitata la loro corrispondenza spedita con Postacelere, ma siccome non sono stati in grado di quantificare lo stanziamento necessario hanno lasciato perdere. Il decreto uscito dal Consiglio dei ministri non porta traccia di questa prima versione. E poi è innegabile che queste liberalizzazioni, dai parrucchieri alle pompe di benzina, vadano ad aiutare la grande distribuzione e in particolare le Coop ma questo era chiaro già dal primo decreto Bersani, quello riguardante le farmacie. Il problema infatti non era la difficoltà di aprirle ma il fatto che, guarda caso, dieci giorni dopo l’ok del governo sono sorte sei farmacie Coop: erano già pronte, aspettavano solo il via libera».
Ugualmente caustico Benedetto Della Vedova, deputato di Forza Italia e presidente dei Riformatori Liberali: «Innanzitutto il ministro Bersani ha fatto bene il proprio lavoro e se le riforme aumentano anche solo di un’oncia la libertà economica questo è positivo. Poi però se qualcuno pensa che questi provvedimenti possano bilanciare l’ipertrofia fiscale italiana, la vera zavorra dell’economia, allora sta compiendo una mistificazione. Le sofferenze reali dell’Italia sono altre: parlo del fisco, della pubblica amministrazione e del peso dei sindacati. Anche lo scorso governo di centrodestra può essere tacciato di un certo immobilismo al riguardo ma le due aree in cui siamo intervenuti a suo tempo, ovvero fisco e mercato del lavoro, hanno inciso su nodi strutturali del sistema. Se poi avessimo avuto il coraggio di proseguire la battaglia sull’articolo 18 avremmo fatto bingo. Per finire, però, non posso esimermi dal muovere una critica all’atteggiamento di Bersani riguardo l’intervento più populistico tra quelli presi dal governo, ovvero l’azzeramento dei costi di ricarica dei telefonini. Si è comportato da dirigista, ha compiuto un abuso esautorando le authority da un compito che compete loro (pensate se l’avesse fatto Berlusconi) e non ha toccato il vero nervo scoperto della questione, ovvero l’eliminazione della tassa di concessione governativa che paga chiunque abbia un abbonamento e non un telefonino con ricarica. Paradossalmente, invece, abbattere il costo della ricarica rischia di favorire l’aumento delle tariffe da parte dei gestori. Stesso discorso vale per la benzina: dicono che l’apertura di nuove pompe favorirà la concorrenza e farà calare il prezzo del carburante. Ma se si voleva perseguire questo obiettivo sarebbe stato meglio cominciare a togliere le varie addizionali, come le accise che ancora paghiamo per la spedizione in Abissinia e per la missione in Libano, quella del 1983».
Per Daniele Capezzone, deputato radicale e presidente della Commissione Attività produttive della Camera, «Queste misure sono comunque positive a livello di libertà economica. Dopo le luci, però, le ombre. Prima cosa, queste sono liberalizzazioni soft, il paese ha bisogno di quelle hard, strutturali. Inoltre come governo di centrosinistra penso che non sia un bel messaggio quello che inviamo dimostrando di concertare con gli amici mentre con gli altri si fa il decreto e chi si è visto si è visto. Insomma, anche il nodo di sindacati e coop andrebbe affrontato con maggiore determinazione e meno pacche sulle spalle. Seconda cosa, alle parole facciamo seguire i fatti. Chiedo che il governo calendarizzi subito in aula la mia proposta di legge per l’apertura superveloce delle imprese, un provvedimento che ha ottenuto il via libera da nove commissioni e che ora invece rischia di restare bloccato in un ingorgo procedurale a causa della proposta simile (e un po’ inspiegabile) avanzata dal Consiglio dei ministri».
Non è di questo avviso Giuseppe Vegas, senatore di Forza Italia, economista ed ex sottosegretario con Giulio Tremonti: «Queste false liberalizzazioni insistono solo su rapporti di diritto privato, forse occorrerebbe intervenire anche su quelli di diritto pubblico. Aprire un’azienda in un giorno può anche andare bene però vorrei sottolineare come la maggioranza debba fare i conti con se stessa e trovare una posizione di sintesi: non è il viceministro Visco, membro di questo governo, ad aver bollato come potenziale evasore chiunque apra una partita Iva? Come si conciliano le due cose, vogliono favorire l’apertura di aziende a titolari che verranno arrestati subito dopo? Inoltre se liberalizzazione deve essere allora valga per tutti. Pensiamo alle pompe di benzina: come mai qualche grande catena è già pronta? Un timing perfetto. Infine è assurdo parlare di liberalizzazioni quando gli stessi personaggi vogliono eliminare la nostra riforma del mercato del lavoro: come disse Massimo D’Alema al congresso dei Ds nel 1997, non è meglio lavorare da precari che non lavorare?».
Assolutamente favorevole al decreto è invece il dissidente riformista Nicola Rossi, assurto agli onori delle cronache per il suo strappo dai Ds e dal massimalismo di sinistra: «Un paese dove si può fare benzina nello stesso posto in cui si fa la spesa è un paese migliore. Poi si possono elencare cose da fare finché si vuole, ma intanto facciamo ciò che si può e strigliamo il governo a proseguire. L’accusa di favorire le Coop, poi, mi sembra assurda: cosa vogliamo fare, continuare a garantire una rendita a chi ce l’ha evitando che altri soggetti intervengano sul mercato? È assurdo, non bisogna difendere le rendite di posizione ma intervenire affinché tutti possano goderne». Per ora godono sempre gli stessi, domani chissà.
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