Postcristiani, ritorno al mito
Svelare “il segreto di Satana”, e cioè mostrare il meccanismo del capro espiatorio, la necessità di sfogare la propria violenza su un sostituto se l’oggetto originale rimane fuori dalla portata. A far luce pienamente su questo meccanismo che contraddistingue i consorzi umani in crisi sono – secondo l’antropologo e professore alla Stanford University, René Girard – proprio i Vangeli, o meglio l’intera Bibbia. Nel suo nuovo libro Ho visto Satana cadere come la folgore – pubblicato recentemente dalla casa editrice Adelphi –, Girard torna sulla tesi del capro espiatorio per dimostrare, su un piano antropologico, l’irriducibile differenza del cristianesimo rispetto ai miti. In modo diametralmente opposto a Bultmann – che assimilava il cristianesimo ai miti di morte e risurrezione, e che quindi passava ad una “demitizzazione” dei Vangeli, riducendo il cristianesimo ad una scelta puramente esistenziale sganciata dal Fatto di Cristo vivo e risorto – Girard dimostra, con percorso ricco di spunti, come proprio il confronto con i miti provi la differenza del cristianesimo.
Più cristiano del cristianesimo
Diversamente dai miti, infatti, il Vecchio Testamento e ancor più il Vangelo, mostrando l’innocenza della vittima, smascherano quel “mimetismo” conflittuale, quella necessità di prevalere sull’altro e di ricorrere al capro espiatorio. La storia di Giuseppe venduto dai fratelli è uno degli esempi del Vecchio Testamento, nella Croce però lo svelarsi è completo. E qui si potrebbe aprire una piccola parentesi sulla separazione dei Vangeli dal Vecchio Testamento; una scissione che finisce inevitabilmente nello gnosticismo. Al contrario i miti, sebbene raffigurino la “frenesia mimetica” della folla che si scaglia contro “il diverso”, spesso innocente, sono talmente intrisi di tale meccanismo da non riuscire, appunto, a svelarlo e a far apparire la vittima in quanto tale. Girard analizza il presente sollevando il velo della filosofia nietzscheana che bollava il cristianesimo come una “morale da schiavi” e al suo posto invocava lo spirito dionisiaco. Dopo l’ebraismo, spiega Girard, la nuova vittima collettiva è il cristianesimo. Se da una parte il nazismo si è schierato apertamente contro il cristianesimo predicando la fine della pietà per le vittime, ed ha fallito, dall’altra oggi si va diffondendo un pensiero che pretende di essere più cristiano del cristianesimo. «La solenne proclamazione dell’èra postcristiana – scrive Girard – non è uno scherzo. Noi ci troviamo in un ultracristianesimo caricaturale che cerca di sfuggire all’orbita giudaico-cristiana radicalizzando la pietà per le vittime in senso anticristiano». Per fare questo bisogna ovviamente identificare il passato cristiano con ogni sorta di «persecuzioni, oppressioni, inquisizioni». Girard spiega dunque come oggi «il carattere aereo e salubremente atletico della civiltà greca» venga contrapposto all’oscurantismo tetro del mondo giudaico-cristiano, per superarlo, appunto, definitivamente. Questo neopaganesimo – spiega Girard – identifica la felicità nell’appagamento illimitato delle passioni e nella soppressione di tutti i divieti. Il cristianesimo è di conseguenza accusato di mancare di carità, proprio in nome di questo tipo di “pietà”. A questo punto però Girard lancia una provocazione: «per sfuggire davvero al cristianesimo il nostro mondo dovrebbe rinunciare del tutto alla sensibilità per le vittime, ed è proprio quello che Nietzsche e il nazismo avevano compreso». Il risultato di questa radicalizzazione della “vittimologia” sarebbe infatti quello di un «ritorno ad ogni sorta di abitudini pagane».
Approccio cattolico non talebano
Quella di Girard è dunque, sia per la cultura laica sia per quella cristiana, una provocazione, ma non distruttiva, come ha osservato Antonio Socci in un articolo sul Foglio: «il cristianesimo non ha un approccio “talebano” alle cose profane, ma “cattolico”, che significa universale perché abbraccia ed esalta tutto ciò che è umano». Il discorso di Girard, procedendo su un piano antropologico, si ferma alla diffusione del Vangelo portata avanti dai cristiani «nonostante fossero una minoranza contestataria così numericamente esigua, così spoglia di ogni prestigio…». Girard si chiede dove questo gruppetto di pescatori della Galilea ha trovato la forza di diffondere la Buona Notizia e soprattutto come ha potuto rompere l’unanimità mimetica che li aveva portati, inizialmente, ad abbandonare Cristo in Croce. La risposta – avverte – non può venire da un piano umano, perché sulla terra non esiste nessuna forza in grado di mettere fine al contagio violento. E qui si spalanca la porta della risurrezione. «La risurrezione – scrive – non è soltanto un miracolo, un prodigio, ma il segno spettacolare dell’entrata in scena, nel mondo, di una potenza superiore alla frenesia mimetica». E il successivo comportamento dei discepoli testimonia questa forza. Ci si chiede: «c’è un luogo in cui si può rompere questo mimetismo conflittuale?». Nella comunità cristiana, intesa come Chiesa, l’altro non è “scelto”, spesso è diverso per cultura, età, ceto sociale, gusti politici. Questo segno della Chiesa, «il guardate come si amano» nonostante le limitatezze umane è uno dei fattori che ha conquistato il paganesimo. Non a caso Girard conclude il suo discorso con le parole di Paolo nella Lettera ai Corinzi sulla follia e la sapienza della Croce.
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