Potere imperiale e lezione cristiana
Non tragga in inganno il titolo. Non si tratta, come si potrebbe immaginare, di curiosità archeologiche: il rapporto tra fede religiosa e potere politico è la questione decisiva di ogni convivenza civile. Che vicende come la mediazione vaticana sull’Irak, il grottesco referendum di Famiglia Cristiana, il ricatto pacifista ai credenti rendono di nuovo drammaticamente attuale. Il problema politico è fin dalle origini per la Chiesa un fattore decisivo. Perché di fronte alla pretesa dell’impero di essere l’orizzonte ultimo dell’umano, il cristianesimo introduce una novità radicale: «Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio». Che non significa, come vorrebbe oggi qualche bello spirito girotondino, rifiuto di ogni autorità terrena. «Grande è l’imperatore, perché è più piccolo del cielo»: così Tertulliano sintetizza nel III secolo la fedeltà cristiana all’autorità costituita: a condizione che non pretenda una sovranità assoluta. Più sottile e insidiosa è la trappola del cesaropapismo. Teodosio e i suoi successori, proclamato il cristianesimo religione di Stato, vorrebbero svuotarlo della sua natura di avvenimento per ridurlo a supporto etico del potere. Toccherà a papa Gelasio nel V secolo enunciare la formula canonica della laicità dello Stato e della libertà della Chiesa: «Due sono i poteri, o nobile imperatore, attraverso i quali essenzialmente è governato questo mondo: la santa autorità dei vescovi e la potenza imperiale». Mentre in Occidente questa separazione innesca una dialettica che promuove la responsabilità di ciascuno, a Costantinopoli (e ad Atene, a Kiev, a Mosca…) il patriarca diventa il cappellano di corte, e la Chiesa si riduce a coltivare una spiritualità che non incide nella costruzione sociale. Ieri come oggi, il sogno di ogni potente. Oggi come ieri, Pietro difende la libertà di tutti.
Hugo Rahner, Chiesa e struttura politica nel cristianesimo primitivo, 304 pp, Jaca Book, euro 17
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