Povere teste svuotate

Di Persico Roberto
21 Settembre 2006
Mentre l'America si interroga sulle storture del progressismo, gli inglesi le ripropongono tentando di espellere l'"eredità britannica" dalle scuole. I francesi scoprono che la legge non basta per educare un popolo. E gli italiani?

«Fate sdraiare i ragazzi sul pavimento. Presentate l’immagine, parlando con calma e sottovoce: “Chiudete gli occhi e immaginate di stare galleggiando sulla schiena. L’acqua sciaborda dolcemente intorno a voi. Il sole scalda il vostro corpo, e potete sentire le onde sotto di voi. Lasciatevi portare dalla corrente e godetevi il calore del sole. Liberate la mente da tutti i pensieri.”». Una seduta New age? No. Un esercizio proposto in uno dei tanti corsi di “chiarificazione di valori” che prosperano nelle scuole degli Stati Uniti. Accompagnati da libri come Cambiare corpo, cambiare vita (uno dei testi raccomandati dall’autorevole School Library Journal. Rivista delle biblioteche scolastiche), che fra un racconto e l’altro di esperienze sessuali spudoratamente hard ripete il ritornello: «Non ci sono un modo “giusto” o un’età “giusta” per avere esperienze nella vita. Solo voi potete decidere quel che è giusto». E completati da interminabili sedute in cui i ragazzi sono invitati a “esaminare i propri sentimenti” e a dare il proprio parere su improbabili dilemmi morali. Se poi qualche genitore si azzarda a dire che non è quel che ci si aspetterebbe da un corso di educazione ai valori, basta cambiar nome al programma, secondo l’esempio dell’inventore del metodo, Sidney Simon: «Ho sempre contrabbandato la faccenda dei valori sotto altri nomi: mi hanno assegnato Studi sociali alle elementari, e ho insegnato Chiarificazione di valori; ho avuto la cattedra di Tendenze attuali nell’educazione americana e ho insegnato la mia tendenza».
I risultati non sono brillantissimi. Già trent’anni fa una ricerca mostrava che ragazzi sottoposti a corsi di prevenzione dalla droga secondo questi sistemi finivano per fare uso di sostanze stupefacenti molto più degli altri. Ma le tendenze “progressiste” sono tenaci e resistenti a qualsiasi critica, e solo oggi si è avviato un serio dibattito in materia.
Ma, mentre gli americani si chiedono se non sia il caso di fare marcia indietro, gli inglesi vorrebbero ricalcarne le orme. In un articolo apparso – un caso? – l’11 settembre su Times Online, intitolato significativamente “Le scuole dicono che non è più necessario insegnare a distinguere il bene dal male” si riferisce della nuova proposta del responsabile del National Curriculum (il programma di riferimento delle scuole inglesi): eliminare dalle aule di Sua Maestà Britannica i riferimenti a “valori duraturi” e al “bene comune” per sostituirli con «la formazione di solide convinzioni». Inoltre, «il curriculum scolastico dovrebbe contribuire allo sviluppo del senso di identità degli alunni attraverso la conoscenza e la comprensione delle eredità spirituali, morali, sociali e culturali delle diverse società» che vivono nel paese, e non limitarsi alla sola “eredità britannica”. «Mi sembra che nelle scuole di oggi si insegni abbastanza sulle altre culture, le altre religioni e la storia mondiale – commenta una studentessa diciassettenne nell’animato dibattito che segue l’articolo – perciò spazzar via l’eredità britannica dal curriculum nazionale peggiorerebbe lo squilibrio nella formazione dell’identità dei ragazzi e metterebbe in dubbio l’importanza che la loro terra ha per loro». «L’eredità britannica – rincalza un altro lettore – e la differenza fra il bene e il male sono strettamente legate. I valori morali e le leggi della società occidentale (non solo della Gran Bretagna) sono basati su forti fondamenta cristiane. Cosa succede a un edificio se gli togli le fondamenta? Può sopravvivere un po’, ma alla fine crollerà».

«È un suicidio culturale»
«è un suicidio culturale», commenta William Kilpatrick, docente al Boston College, che ha raccontato in modo impietoso il fallimento dell’educazione morale nelle scuole degli States in Why Johnny can’t tell right from wrong (Perché Johnny non sa distinguere il bene dal male). «Un colossale passo indietro, un ritorno agli anni Settanta e Ottanta. Oggi, sotto la pressione dei multiculturalisti, il relativismo è di nuovo di moda. Questa volta si tratta di relativismo culturale: l’idea che non ci sono modi giusti o sbagliati di fare le cose, ma semplicemente modi culturalmente differenti. I multiculturalisti sostengono che i loro programmi condurrebbero a una maggior armonia razziale ed etnica. Ma è successo il contrario. Negli States per esempio il risultato dell’impostazione multiculturale nelle scuole e nelle università è stato un aumento dell’ostilità fra le razze e i gruppi etnici. Mettendo l’accento sulle identità etniche infatti, gli “educatori della diversità” hanno reso quasi impossibile ai giovani di sentirsi parte di una cultura comune con valori e giudizi condivisi sul bene e sul male. Il risultato di quest’ingegneria sociale è una cultura balcanizzata, in cui l’armonia è un sogno impossibile. Ecco perché la rimozione di ogni riferimento al “bene comune” nel Curriculum inglese è così irritante».
La Stampa, che ha dato la notizia (senza riferirne la fonte, e facendo riferimento a una fantomatica “Britannic heritage”, dove il Curriculum usa sempre il termine “British”), la accompagna con un irenico commento dell’ecumenico Gianni Vattimo, che tesse le lodi della cartesiana “morale provvisoria”, contro le “certezze” della “scuola fascista”. Come se non ci fossero alternative.
La grande alternativa è stata rilanciata dal Papa nella lezione di Ratisbona: riproporre, contro le riduzioni operate dal relativismo moderno e dal fideismo musulmano, la tradizione occidentale, l’unità della fede biblica e di una ragione restituita alle sue origini greche, «il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza». Pietro Barcellona, ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Catania, si sofferma volentieri sull’ampliamento del concetto di ragione suggerito dal Papa. «La ragione di cui parla il pontefice ha un senso molto più ampio di quello di “logica” a cui l’ha ridotto il mondo moderno. Certo, Ratzinger usa il termine “logos”, ma il vocabolo greco indica una forma di sapere molto complessa. Il Papa critica la ragione moderna ridotta a calcolo, che pretende di assorbire tutto nel suo ambito e nega la dimensione enigmatica della vita. La ragione greca invece è interrogazione sul mistero». E le posizioni di Benedetto XVI sull’islam e sul relativismo? «Ha ragione a sottolineare le differenze con l’islam. Il cristianesimo è una religione diversa da tutte le altre. La differenza la fa l’incarnazione: la pretesa del cristianesimo è che Gesù Cristo è Dio. Lo dico da non credente: uno può prendere di fronte a quest’annuncio la posizione che vuole, ma non può far finta che non esista la differenza. Sono contrario all’idea di una religione universale, che diventa come la notte hegeliana in cui tutte le vacche sono nere. E il Papa ha ragione anche sul relativismo. Io sono laico, ma laicità non vuol dire scetticismo o relativismo: laicità è interrogazione, e domandare significa disporsi ad ascoltare, riconoscere che c’è una voce che risponde». E nella scuola? «La scuola oggi trasmette la posizione scientista della ragione moderna. Ha eliminato il senso specificamente umano dell’interrogare. Presenta una concezione del mondo astorica, tutta appiattita sul presente; mentre dovrebbe potenziare la conoscenza della storia, della storia come interrogazione sul tempo».

Musulmani in classe
«Non serve a nulla nei rapporti con i musulmani fingere di credere che non ci siano differenze strutturali forti», commenta l’intervento papale Lucetta Scaraffia, sintetizzando un più ampio ragionamento svolto in un corso organizzato di recente dall’associazione di insegnanti Diesse sulle problematiche dell’inserimento degli alunni stranieri. «Alcune sono accettabili, altre no. Non possiamo nasconderci che per il Corano non c’è uguaglianza fra tutti gli esseri umani. C’è differenza fra gli “uomini del libro” e gli altri, e c’è disuguaglianza fra gli uomini e le donne. Non dimentichiamo che la maggioranza dei paesi arabi rifiutò nel ’48 di sottoscrivere la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”, e che quando in seguito hanno aderito hanno posto la clausola “fatto salvo quel che contrasta con la sharia”. Cioè quasi tutto. Per noi invece la cittadinanza coincide con l’accettazione del principio di uguaglianza». Cosa vuol dire allora integrare nelle nostre scuole i ragazzi musulmani? «Vuol dire accettare che vivano secondo i loro costumi e valori, ma solo fino a dove non contrastano con i nostri princìpi irrinunciabili. E al tempo stesso vuol dire insegnare loro questi princìpi: se vuoi vivere nella nostra società, devi accettare i princìpi che la reggono. Bisogna insegnare la Costituzione». È quel che dice anche il ministro Fioroni nella lettera agli studenti per l’inizio dell’anno scolastico; ma è possibile insegnare la Costituzione senza la tradizione culturale da cui nasce? «No, non credo sia possibile. Non si possono insegnare dei princìpi senza la radice anche religiosa da cui nascono. E non so come faccia un musulmano ad accettare i nostri princìpi e rimanere islamico».
Anche nella laicissima Francia, dove il multiculturalismo è moneta corrente, il dibattito ferve. Oggi ha la forma della polemica sulla carte scolaire. È una norma che assomiglia ai nostri vecchi “bacini di utenza”: prevede che, per favorire l’integrazione, i figli frequentino obbligatoriamente la scuola del quartiere. Nicolas Sarkozy, probabile candidato alla successione di Chirac, ne ha proposto l’abolizione. Perché i dati dicono che le famiglie più ricche o più preparate riescono comunque ad aggirare la regola, magari con false residenze, e a scegliersi l’istituto preferito, mentre gli svantaggiati sono condannati a restare in scuole-ghetto. La liberalizzazione favorirebbe dunque i più poveri, che potrebbero anch’essi cominciare a scegliere le scuole migliori (sull’esempio dell’Ohio, dove l’introduzione tre anni fa del voucher scolastico ha incontrato il favore soprattutto dei neri poveri, che possono ora anch’essi mandare i figli nelle prima inaccessibili perché carissime scuole private di qualità). L’idea di Sarkozy ha incontrato tanto successo che anche la sua avversaria socialista nella corsa all’Eliseo, Ségolène Royal, ha proposto di rendere la carte scolaire meno rigida. Resiste Le Monde, che ospita la difesa d’ufficio della carte da parte del sindacato degli insegnanti della scuola elementare (che, come ovunque, si difendono da quel guidizio sul proprio operato che è la scelta della scuola). Ma pubblica anche un’intervista a Didier Peyrat, giudice dei minori al tribunale di Pontoise, che riflette pensoso: «Gli educatori hanno bisogno che la società chiarisca in nome di quali valori si previene. Prevenire è insieme anticipare e avvisare. È facile dire che non si deve violare la legge. Il problema, è avere argomenti efficaci: spiegare quel che la legge protegge. La crisi delle evidenze arriva fino a questo punto. Ma non ci possono essere discorsi educativi nella confusione, chiedendo continuamente scusa se si fa appello ai valori».

Ministri nostri
Di questo si dibatte in giro per il mondo. Intanto, da noi, il ministro della Pubblica istruzione annuncia ai genitori che si occuperà della loro educazione (Lettera ai genitori), celebra i dieci anni delle consulte studentesche (Lettera agli studenti), offre perle di saggezza («nessuno cresce se non è sognato», Lettera ai genitori), infila qualche svarione sintattico (vedi box a pagina 40), e per il resto (Famiglia Cristiana, 10 settembre) si affida ai miracoli.

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