Poveri più poveri grazie a bin Laden

Di Degli Occhi Alessandro
25 Ottobre 2001
Tutte le conseguenze degli attentati di New York e Washington: in Italia opinione pubblica favorevole alla lotta senza quartiere al terrorismo più degli stessi politici; maggiore fiducia nelle istituzioni, soprattutto nel governo; nel mondo una recessione economica che aumenterà il numero dei poveri. Conversazione con il presidente dell’Ispo (e sondaggista) Renato Mannheimer di Alessandro Degli Occhi

«L’Europa ha persino difficoltà a pronunciare la parola guerra. Si impappina, balbetta, imbizzarrisce…» Così sentenzia l’editoriale di una nota rivista italiana di geopolitica, concludendo che forse sarà una guerra per gli americani, ma non per “noi” che preferiamo concepirla invece come una «super operazione di polizia internazionale». Ma al di là degli eufemismi e dei “miracoli verbali” del politicamente corretto, di guerra si tratta. Una guerra al terrorismo le cui conseguenze sull’opinione pubblica e sull’economia hanno recentemente mobilitato alcuni tra i maggiori esperti in materia. Secondo Renato Mannheimer, presidente dell’Ispo, (Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione) gli attentati terroristici dell’11 settembre hanno provocato, in prima battuta, una sensazione di forte sgomento sull’intera popolazione statunitense. L’invulnerabilità degli Usa come potenza mondiale, il loro stesso stile di vita è sembrato, per un momento, vacillare. La reazione però – continua Mannheimer – è seguita quasi subito ed è stata forte. Non c’è stato tempo per i dibattiti, si è subito pensato a salvare il salvabile, a ricostruire, a difendersi, a cementare la solidarietà nazionale: tutti uniti contro la minaccia terroristica.

Io? Che vogliono da me?

In Europa le cose sono andate diversamente. Dopo i primi momenti di orrore e sgomento si è subito innescato il dibattito, sono apparsi i primi distinguo, le prime contrapposizioni. A parte la Gran Bretagna, negli altri Paesi europei, e in particolare in Italia, la classe politica si è subito allineata su tre filoni principali: chi si schiera chiaramente su posizioni filo americane; chi condanna il terrorismo, ma anche la politica americana verso il Sud del mondo e in Medio Oriente (“In fondo se la sono cercata…”); chi invece ritiene che, in fondo, il problema non ci riguarda. È un problema americano: «Colpiranno loro e non noi…». Quest’ultima – sottolinea Mannheimer – è la posizione più ottusa, anche perché la cronaca di questi giorni dimostra chiaramente come le cellule dei terroristi, le basi e i loro fiancheggiatori sono stati individuati anche nel nostro Paese. Va subito detto, però, – spiega Mannheimer – che in base alle ricerche che ho effettuato, questo tipo di atteggiamenti, di distinguo, di contrapposizioni, di incertezze riguarda essenzialmente la classe politica e gli intellettuali. L’opinione pubblica, la gente comune ha, in maggioranza, una opinione molto più netta: per prima cosa bisogna sconfiggere i terroristi. Questo dato, che riguarda gran parte dell’opinione pubblica, deriva anche dal fatto che gli attentati di New York e Washington sono stati un fatto mediatico senza precedenti, sono entrati in casa nostra in diretta Tv. C’è stata l’esperienza reale, traumatica, di una strage. Anche per questa ragione, dunque, la determinazione popolare ha scavalcato i sofismi e i distinguo della leadership politica o degli addetti ai lavori. Anche nel nostro Paese è cresciuta – secondo i dati dell’osservatorio Ispo – la fiducia nel Governo, nel Parlamento, anche nell’Esercito. Se solo guardiamo allo scorso mese d’agosto – segnala Mannheimer – l’immagine di Berlusconi e del suo governo erano in caduta libera; ora dopo l’11 settembre questa situazione si è chiaramente invertita. L’opinione pubblica si è stretta di più intorno a ciò che abbiamo, guarda con maggiore fiducia alle istituzioni… Ci sono però due o tre questioni che non vanno dimenticate. Primo, i terroristi hanno raggiunto una parte del loro scopo: il panico, sottilmente, è cresciuto e le nostre abitudini di vita sono cambiate. Secondo: se per buona parte degli italiani la lotta al terrorismo deve essere condotta senza ambiguità, è altrettanto vero che l’opinione pubblica è aperta al dibattito e si interroga sulla risoluzione del conflitto israeliano-palestinese. È una questione chiave per la pace: questo ormai l’hanno capito tutti. L’altro problema riguarda lo scontro tra civiltà: islam e Occidente. Su questo punto l’uscita di Berlusconi sulla superiorità occidentale ha sortito l’effetto sbagliato da un punto di vista politico. I dati del mio osservatorio dicono però che buona parte degli italiani la pensa così, c’è una diffidenza reciproca che esiste e che ora va crescendo… Faccio solo un esempio per far capire il clima che si sta sviluppando: pochi giorni fa nella mia zona si è svolta un’operazione di polizia, un pugno di arresti tra probabili spacciatori. Il commento di un commerciante che faceva da spettatore è stato sintomatico: «Ma non avevano neanche la faccia da arabi». Il mio indicatore sul razzismo degli italiani è stato sempre vicino allo zero. Ora sono preoccupato, credo stia crescendo.

Probabilmente sì

«Che gli avvenimenti dell’11 settembre avrebbero avuto ricadute sull’economia era facile immaginarlo, ma ora direi che è un dato di fatto» – così ci dice Enrico Sassoon, economista e amministratore delegato dell’American Chamber of Commerce in Italia. «Secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) la crescita dell’economia mondiale nel 2001 doveva attestarsi attorno al +2,9% ma ora, dopo gli attentati delle Torri Gemelle, la percentuale è scesa all’1,4. Lo stesso dicasi per le previsioni Fmi riguardanti il 2002: dal +2,7% si è passati rapidamente al 2%. Dopo due trimestri consecutivi in cui il prodotto interno lordo statunitense è diminuito (-0,2% nel quarto trimestre 2001 e un –1,8% come previsione per il primo trimestre 2002) si può dire che per l’economia americana è cominciata una mini recessione. Va ricordato, ovviamente, che questo scenario si era già in parte delineato prima dell’11 settembre, e che la situazione economica complessiva degli Stati Uniti (e di riflesso quella europea) si presentava già critica. Possiamo dire, quindi, che l’attacco terroristico ha aggiunto un contenuto drammatico a una situazione già problematica. In questa spirale si sta avvitando anche l’economia europea: una fase di rallentamento è prevista ormai da tempo anche se per l’economia del Vecchio Continente si prefigura una crescita di mezzo punto in più rispetto a quella Usa. Sul fronte petrolifero non c’è stato il tracollo che si temeva. Subito dopo gli attentati il prezzo al barile è schizzato a 30$ ma ora si è stabilizzato intorno ai 22 e i produttori tendono a difendere questa soglia. Quindi nulla a che vedere con situazioni come quelle del 1973 o dei primi anni ’80 in cui il prezzo al barile oscillò tra i 40 e i 50 dollari. In sintesi dobbiamo aspettarci una situazione difficile per i mercati azionari che rimarranno oscillanti e comunque ad alto rischio; ci saranno meno scambi internazionali soprattutto per motivi di sicurezza sia nei trasporti che nelle transazioni finanziari. Ovviamente la disoccupazione non potrà che salire. Di questa situazione ne faremo le spese tutti quanti, soprattutto i Paesi poveri. Le previsioni della Banca Mondiale sono chiare in questo senso nel prossimo anno si prevede che circa 10 milioni di persone in più scenderanno sotto la soglia di povertà, e che quarantamila bambini in più saranno vittime di malattie e malnutrizione. Se mi chiede se i terroristi vogliono che i poveri siano sempre più poveri le rispondo: probabilmente sì».

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