Povero sindacato (e poveri lavoratori)
Povero Guglielmo Epifani. Che andato a Parigi per acquistare una mansardina, è rimasto buggerato da una società immobiliare fantasma. Poveri, però, anche i lavoratori. Che dai capi del sindacato vengono buggerati un giorno sì, l’altro pure. Silvio Berlusconi ha almeno un pregio. Quello di dire ciò che tutti sanno, ma non hanno il coraggio di dire. Per esempio, la scorsa settimana il Cavaliere ha detto «non possiamo permetterci (sul Tfr, ndr) di regalare ai sindacati, patronati e Inps montagne di soldi che verranno spesi contro di noi». Uno dei ‘regali’ è la regola che riserva il contributo del datore di lavoro solo a chi sceglie di versare il Tfr nei fondi pensione chiusi del sindacato. Ma andiamo con ordine. Più di mille miliardi di vecchie lire l’anno: questo il ‘regalo’ che lo Stato ha destinato nel 2005 ai sindacati direttamente, o ai loro servizi: patronati, caaf, Inps. L’analisi, in specifico, sugli iscritti alla Cgil, mette in evidenza come oltre il 70 per cento delle adesioni dipende dalla spesa pubblica in senso lato.
Qualche esempio
Prendiamo i patronati. Lo scopo dei patronati (soggetti privati) dovrebbe essere quello di istruire le pratiche per l’Inps (soggetto pubblico) e verificarne l’operato in nome e per conto dei lavoratori. La fase istruttoria ci può anche stare, quella di controllo è puramente aleatoria. Quand’anche un patronato avesse controllato, e l’Inps deciso diversamente, tale decisione è insindacabile. Allora, più che chiedersi cosa fanno, ci sarebbe da chiedersi perché esistono. Esistono perché in questo modo si crea, violando anche qui il principio di concorrenza, una erogazione di aiuti dello stato mascherati. Quelli denunciati dal Cavaliere. Come? Per ogni pratica svolta lo Stato assegna un punteggio e versa una somma al patronato, da qui la moltiplicazione dei pani e dei pesci delle prestazioni, che invece di alleggerire l’Inps lo intasano di pratiche inutili. E puntando sulle più remunerative, eludendo le altre. I patronati sono poi impegnati ad assicurare ai loro fedelissimi prebende clientelari, con comportamenti che sono al limite del falso ideologico (nella legge sul pensionamento sull’amianto, ma anche, prima, su quello dei cementifici, sono stati inclusi lavoratori che amianto e cemento non l’avevano mai visto, in primis quelli in distacco sindacale).
Prendete i Caaf. I Caaf fungono da sportello per l’agenzia delle entrate. Per ogni compilazione compilata e trasmessa, oltre al contributo del lavoratore percepiscono dallo Stato altri 10 euro circa. Così come gli uffici vertenze e legali assistono i lavoratori, previa iscrizione al sindacato naturalmente, e preferibilmente per le vertenze di recupero crediti (mentre quelle di principio, di salvaguardia dei diritti dei lavoratori vengono scoraggiate perché non portano soldi). Quando c’è un’azienda che fallisce calano come avvoltoi.
Prendete Tfr e Fondi Pensione. Il cerchio vizioso fu provocato dalla riforma Dini che portò al sistema di calcolo della pensione sui contributi versati nell’intero arco della vita lavorativa (e non più sullo stipendio degli ultimi anni di lavoro: una differenza, in meno, anche del 40 per cento della pensione a percepire). Per permettere ai lavoratori di compensare la differenza furono crearti i fondi pensionistici integrativi, da alimentare con il Tfr. I fondi pensione istituiti furono fondi chiusi, obbligatoriamente chiusi, e a gestione sindacale. Un atto che già allora si sapeva viziato da incostituzionalità: escludeva i fondi aperti (quelli comuni e quelli assicurativi) e privava il lavoratore della libertà di scelta. Per il sindacato però ciò significava masse di iscritti, quindi di entrate dal tesseramento, maggiori agevolazioni fiscali, poltrone nella pletora d’organismi, oltre a tutti i fringe benefit (per pudicizia chiamiamoli così) che tutti sappiamo propri d’ogni forma di monopolio.
Tutti sanno da tempo che le attuali pensioni si pagano con i contributi di chi oggi lavora. Tale giro di conto però non regge più (per l’aumento non proporzionale di occupati e pensionati) e così anche i fondi chiusi si sono rivelati un flop. Tanto che oggi sono nelle stesse condizioni dell’Inps, non sanno come pagare. Molto ragionevolmente e razionalmente, i lavoratori avevano deciso che, se dovevano investire soldi propri in fondi pensione, volevano essere liberi di farlo come e dove volevano, prendendosi il rischio relativo. Inoltre, invece di costituire un unico fondo tra le tre confederazioni (palesemente incostituzionale) si ripiegò su accordi di categoria, creando una pletora di fondi più o meno piccoli. La bolscevica Fiom, si turò il naso, e accettò come socio la Fismic, quello sempre denunciato come sindacato giallo (cioè filo-padronale) della Fiat. Ma la differenza di massa critica di investimenti, così spezzettata, ha avuto sul mercato e sulla rendita effetti molto poco remunerativi.
Quando si è parlato di Tfr Berlusconi ha lasciato l’aula per conflitto di interessi: Mediolanum. Ma non è conflitto di interessi quello del segretario Ds ‘amico’ di Consorte e quello del segretario Cgil Epifani che offre nella ‘carta dei servizi’ quelli della Unipol? La ragnatela di intrecci azionari, i legami di affari dell’ Unipol sono sconcertanti. Unipol possiede il 7,1 per cento della finanziaria di Consorte. Hopa e Fingruppo (finanziaria di Gnutti) insieme avevano il 15 per cento di Unipol; Hopa aveva il 20 per cento di Finse, la società che controlla la Unipol. L’operazione Unipol-Bnl, con tentato coinvolgimento di Mps. La cessione da parte di Unipol, del 35 per cento della controllata Aurora, al cui acquisto è candidato il Finse, che abbiamo già visto essere azionista di Unipol. Nessun conflitto di interessi? Nessun conflitto di interessi tra il sindacato, in primis la Cgil, nell’aver costituito fronte comune con le banche per cercare di escludere le assicurazioni dal mercato della previdenza complementare?
Cosa buona e giusta
Tutto questo non si dice, come non si dice che i fondi chiusi sono lesivi della concorrenza e perciò sotto verifica della Ue (violazione del principio di concorrenza ed erogazione di aiuti dello Stato mascherati). Il monopolio tanto aborrito e demonizzato dai sindacati, è cosa buona e giusta quando i monopolisti sono loro. Stiamo parlando di un affare (il Tfr da smobilitare) da 17 miliardi l’anno (13 di contributi a carico dei lavoratori e 4 a carico dei datori di lavoro).
Da ultimo. C’era una volta la cassa integrazione, ed era un dramma per chi ci finiva dentro. Voleva dire aver perso il posto di lavoro e tutto un mondo. Oggi ci sono gli Lsu (lavoratori socialmente utili), ed è un affare per chi entra in questo singolare club, quasi esclusivamente del centro-sud. Ma lo sapete che ben 17 mila (su 24 mila) lavoratori preferiscono rifiutare contratti di impiego a tempo indeterminato (!) con uno stipendio netto di 1000-1100 euro, per beneficiare dell’assegno di 481 euro (e poter così svolgere altre attività in nero)? Inutile dire che questi 17 mila Lsu sono tutti ex cassintegrati profondamente sindacalizzati. Per i Lsu la finanziaria stanzia ogni anno un milione di euro. Ma se si vuol far tornare i Lsu una categoria di passaggio volano minacce ed intimidazioni.
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