Precario solo il posto fisso
Tutto come da copione. Le grandi fabbriche del Nord (a partire dalle ex officine meccaniche di Mirafiori) hanno bocciato l’accordo sul welfare. Ma la grande maggioranza dei lavoratori, chiamati a esprimersi sul protocollo firmato il 23 luglio da governo e sindacati, ha votato “sì”. Secondo i numeri diffusi dalle organizzazioni dei lavoratori, infatti, la prevalenza dei “sì” sarebbe stata netta, l’81 per cento (il 93 tra i pensionati), e inoltre l’affluenza alle urne sarebbe stata molto alta: oltre cinque milioni di votanti. Con una dichiarazione congiunta i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil hanno subito espresso soddisfazione. E con in mano soltanto i primi dati, il leader della Cgil Guglielmo Epifani già si dichiarava contento per «la netta vittoria dei sì, in particolare tra i lavoratori attivi, tra gli operai e i precari», una vittoria che va «al di là delle aspettative». Sempre secondo copione, però, il responso delle urne è stato apertamente contestato da uno dei segretari nazionali della Fiom, Giorgio Cremaschi, leader di una delle “correnti” del sindacato dei metalmeccanici, la Rete 28 aprile. Cremaschi ha parlato di «dato privo di qualsiasi credibilità reale», a causa di irregolarità nel voto. Per fare un esempio, ha spiegato Cremaschi, il risultato è stato ottenuto «sommando i voti unicamente di aziende dove ha vinto il “sì”. Mancano tutte le aziende dove già si sa che ha vinto il “no”». Per questo il duro e puro dei metalmeccanici ha invitato «la politica e i commentatori ad aspettare prima di dare giudizi e a non correre dietro all’eccesso di solerzia di alcuni funzionari». Il risultato delle urne comunicato dai sindacati, comunque, non è stato sufficiente a vincere le resistenze di Rifondazione comunista, che un istante dopo la proclamazione della vittoria dei “sì”, visto il «malessere» emerso tra i metalmeccanici, ha annunciato l’astensione nel voto sul welfare in Consiglio dei ministri. Il partito guidato da Franco Giordano, inoltre, promette battaglia per modificare il protocollo in Parlamento. A rendere ancora più drammatica la situazione, infine, è giunto il monito del governatore di Bankitalia, Mario Draghi, che ha ricordato la necessità di innalzare l’età pensionabile per riequilibrare il sistema (un monito che, naturalmente, la sinistra radicale ha accolto come una bestemmia).
Insomma, è l’ennesima prova di disunione dell’Unione. E la sua ovvia conseguenza è che il sudato accordo governo-sindacato sul welfare ora è di nuovo messo in discussione. Per capire quale impatto una eventuale modifica “a sinistra” del protocollo del 23 luglio potrebbe avere a livello economico e occupazionale sul paese, Tempi ha interpellato il professor Michele Tiraboschi, docente presso la Scuola internazionale di alta formazione in Relazioni industriali e di lavoro dell’Università di Modena e Reggio Emilia oltre che allievo e collaboratore di Marco Biagi, il giuslavorista che ha ispirato la riforma del mercato del lavoro ucciso dalle nuove Brigate rosse il 19 marzo 2002.
Professor Tiraboschi, l’accordo sul welfare deciso dal governo di centrosinistra e dai principali sindacati sta incontrando feroci critiche da parte della Fiom e dell’ala massimalista dell’Unione. Lei come lo valuta?
Il protocollo ha un pregio e molti limiti. L’aspetto positivo è che fa salva nella quasi totalità la legge Biagi. Questo è però al tempo stesso un limite: la sinistra e la Cgil ci hanno detto per ben 4 anni che la legge Biagi era la causa di tutti i mali del mercato del lavoro, ora invece, con la firma del protocollo, ne confermano la bontà e la validità tenendola in vita, anzi applicandola con maggiore convinzione. Un altro grave limite è che l’accordo è frutto di una cultura ancora una volta industrialista, e dunque guarda al passato. Non si dà cioè risposta alle esigenze del terziario e dei servizi, che sono il futuro, e questo aiuta a capire perché Confcommercio non abbia sottoscritto l’intesa. Altro grave limite è che non vengono affrontati i grandi temi che propone l’Europa, tra cui quello della flessibilità in uscita e di una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro.
In un editoriale sul Corriere della Sera Francesco Giavazzi ha sottolineato che in due anni la maggioranza ha aumentato la pressione fiscale di due punti e mezzo, mentre le spese delle pubbliche amministrazioni sono rimaste come ai tempi del governo Berlusconi: con questa Finanziaria continueranno ad assorbire al netto di interessi e investimenti il 40 per cento del reddito nazionale. Cosa ne pensa?
Penso che l’accordo punti poco ai temi della produttività e del costo del lavoro, che sono invece centrali per il rilancio a livello internazionale della economia. Il quadro normativo è troppo rigido e pesante e molte risorse vengono così sprecate per “ammortizzare” i costi della inefficienza e del dirigismo pubblico.
In Italia al 20 per cento delle famiglie povere va solo il 12 per cento di tutta la spesa in welfare contro il 34 per cento della Gran Bretagna, il 25 della Svezia e il 20 di Germania e Francia. Come invertire questa tendenza? Dove intervenire?
Completando la legge Biagi con un moderno sistema di welfare e ammortizzatori sociali che diano tutele attive ai gruppi più deboli.
Nel nostro paese vi sono sette anziani ogni dieci persone in età lavorativa. Ritiene a questo punto ineludibile una seria riforma del sistema pensionistico per poter riequilibrare la spesa? Se sì, con che criteri?
I criteri sono semplici e da tempo indicati dalla Unione Europea e dalle migliori pratiche a livello europeo. Le aspettative di vita si sono estese in termini di durata e di questo devono prendere atto i legi-slatori nazionali, pena il tracollo del sistema europeo di sicurezza sociale. Del resto è davvero uno spreco tenere fuori dal mercato lavoratori ancora “giovani” e produttivi, salvo poi costringerli o incentivarli al lavoro nero e irregolare.
Cancellare o limitare molto la concertazione potrebbe essere un primo passo per evitare questo cortocircuito di rappresentanza e di tutela delle rendite, quantomeno depotenziando la capacità di interdizione e veto dei sindacati?
La concertazione non è buona né cattiva, dipende da come funziona e dalla responsabilità di governo e parti sociali. Forse aveva ragione Marco Biagi quando parlava di dialogo sociale per dire che la concertazione va bene ma poi la responsabilità delle decisioni spetta al governo. In questo modo si evitano compromessi al ribasso e i tradizionali veti che bloccano ogni vera innovazione.
Per consentire ai 58enni di oggi di andare in pensione a Natale il governo spenderà 10 miliardi di euro, soldi che otterrà aumentando i contributi a carico dei giovani precari. Non le pare quindi pretestuosa la continua polemica sul precariato? Tanto più che solo in Italia la flessibilità viene dipinta come un mostro piuttosto che come una necessità dei tempi: la legge Biagi non ha agito forse in tal senso, aprendo il mercato piuttosto che gestire un esistente che non consentiva livelli occupazionali da anni Sessanta?
Quella del precariato è una polemica non solo pretestuosa ma anche dannosa. A forza di dire ai nostri giovani che sono precari e che non avranno un futuro previdenziale li demotiviamo e non li aiutiamo a capire che gavetta e sacrificio sono armi vincenti per sopravvivere in un mercato del lavoro molto competitivo.
Non le pare che i grandi giornali giochino un ruolo di peso in questa mistificazione, trasformandosi a volte in grancasse del corporativismo e delle posizioni di rendita?
Mi pare che oramai ci sia piena consapevolezza di tutto ciò. Siamo ostaggi dell’ideologia e di campagne mediatiche strumentali che fanno poi perdere di vista i veri problemi del paese e dei cittadini.
L’aver trasformato la legge Biagi nel mostro da abbattere non ha però salvato la sinistra dal doverla applicare, salvo intervenire sul marginale articolo del lavoro a chiamata. Come valuta questo atteggiamento?
Questa è una vergogna. È stato creato un clima da corrida, di odio e violenza, che ha poi causato la morte di Marco Biagi. Ora quelli che dicevano tutto il male possibile di questa legge sono i primi a difenderla e ad applicarla, segno che quella tracciata da Marco Biagi era la direzione giusta.
Un sondaggio ha dimostrato che moltissimi operai prediligono rapporti aperti, ovvero la possibilità di guadagnare di più attraverso la deregolamentazione dei contratti, degli straordinari e così via. Questa forse è una prova ulteriore del fatto che la sinistra ormai è distante anni luce dalla base che dice di voler rappresentare.
Il lavoro nero nel nostro paese ha raggiunto il 27 per cento del Pil, coinvolgendo tra i 4 e i 5 milioni di persone. È un chiaro segno che le attuali regole, formalmente rigide quanto facilmente eludibili, non soddisfano gli interessi delle imprese ma neppure quelle dei lavoratori. C’è ancora troppa ingerenza pubblica e scarsa valorizzazione dei princìpi di sussidiarietà e proporzionalità. Le regole servono a reprimere gli abusi là dove ci sono, non a frenare e comprimere inutilmente la capacità di azione delle imprese e le energie di chi vuole lavorare in modo più flessibile e dinamico.
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