Prigionieri del novecento

Di Rodolfo Casadei
22 Gennaio 2004
L’assolutizzazione dei diritti individuali e le nuove tecnologie dell’informazione hanno creato un mondo appiattito sul presente perché non abbiamo ancora chiuso i conti col Novecento. E perché il regno della notizia ha sostituito il regno della ragione. Parola di Ferdinando Adornato

On. Adornato, ci ha colpito un’analogia fra un passaggio del suo libro La nuova strada e quel che Paul Thibaud sostiene nell’intervista che ci ha rilasciato. Lui afferma che il paradigma dei diritti umani spinge all’individualismo, a rivendicare per sé nell’immediato senza considerazione alcuna per il bene collettivo, e questo provoca una mutazione antropologica: anche nella vita pubblica l’uomo vive tutto risolto nel presente; passato e futuro sono aboliti. Cioè la coscienza nazionale non modera più le pretese individuali e l’idea di progresso è totalmente spenta. Lei ha scritto: «Una società non è in salute se azzera il rapporto con il proprio passato, né se si mostra incapace di progettare il futuro. L’universo comunicativo nel quale viviamo…mostra l’evidente tendenza ad appiattire il nostro sistema di relazioni in una sorta di dittatura del presente». Anche lei pensa che questa deriva è un prodotto dell’egemonia del paradigma dei diritti umani?

Più che dal paradigma dei diritti umani, direi che negli ultimi 30 anni le società occidentali sono state dominate dall’idea secondo cui il progresso coincide con la progressiva soddisfazione dei diritti individuali all’infinito. Questa equazione è sbagliata, perché il vero progresso è una combinazione di soddisfazioni fra diritti individuali, diritti della comunità e diritti della specie. Progresso è perseguire un equilibrio fra questi diversi tipi di diritti. Mentre negli ultimi 30 anni, si è voluto credere che l’unico valore che determina il benessere nella democrazia sono i diritti individuali: in questo senso sono d’accordo con Thibaud. Ma non c’è solo questo. A determinare questa dittatura del presente che nuoce sia al nostro rapporto con i padri, cioè alla memoria, sia alla nostra capacità di progettare il futuro, è in misura decisiva la potenza dei media moderni, l’appropriazione da parte della comunicazione rapida di ogni campo della vita pubblica e culturale. Il pericolo della globalizzazione non è economico, è culturale: i No global sono totalmente fuori strada quando criticano la globalizzazione dal punto di vista politico-economico, perché la globalizzazione porta vantaggi economici anche ai più poveri; il vero rischio è culturale, è il rischio di recidere i rapporti con la nostra memoria. Il vero problema coi nuovi media è che fanno diventare tutto informazione, è che con la loro velocità spiazzano le forme della vita culturale meno “rapide”: la scuola, i libri, eccetera. Ed è paradossale, perché i computer sono archivi di memoria giganteschi e consultabilissimi. Ma quel che oggi conta davvero è la notizia del giorno. Il regno della notizia ha sostituito il regno della ragione.
La nostra capacità di progettare diminuisce perché diminuisce la nostra capacità di prevedere. Per i nostri padri il caso era una variabile che poteva alterare i progetti, ma bene o male l’orizzonte nel quale ci si muoveva per progettare la vita e la politica era noto. Oggi no, perché le rivoluzioni tecnologiche continue modificano profondamente il quadro del giorno prima. Quindi la capacità di progettazione diminuisce. Più il mondo assume i caratteri della nostra intelligenza, e più il mondo diventa imprevedibile, perché la nostra intelligenza è imprevedibile. Può darsi che a questo non ci siano alternative. C’è la necessità, come progetto culturale, di saper recuperare i fili che ci legano al passato ed allo stesso tempo inventare, usando la nostra intelligenza, coordinate nuove per non farsi espropriare della capacità di progettare. Ma perché ciò sia possibile occorre prima fare definitivamente i conti col Novecento, con le sue ideologie totalitarie e con quello che è succeduto alla loro sconfitta: il relativismo culturale, la destrutturazione del soggetto e tutto il resto del post-moderno. Occorre fare i conti e uscirne. Perché per adesso ci siamo ancora dentro.

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