Prima che sulla pena di morte, la moratoria va messa sul 41 bis
Bella coincidenza, cari amici di Tempi. Lo stesso giorno della vostra copertina contro chi «sventola la bandiera del precariato». il Papa in persona «sventola la bandiera del precariato». Forse il Papa legge Tempi. Certo è che, almeno sui temi del lavoro precario, non la pensa come voi.
Rita Olivo Nonio (Vb)
A meno che si sia tanto sbronzi da pensare che Benedetto XVI abbia chiesto la tessera della Cosa Rossa e Francesco Caruso un posto da guardia svizzera, concordo con lei: se il Papa ci legge, e addirittura Joseph Ratzinger nella persona del Santo Padre sollecita critiche al Suo saggio su Gesù Cristo, Egli non si dispiacerà certo del nostro contributo in tema di lavoro precario.
Le stavo già scrivendo una bella lettera di disappunto quando è intervenuto nientemeno che il Papa a ribadirle, con un’autorità nemmeno paragonabile alla mia, un concetto semplice che sembra dimenticato quando a destra si parla di legge Biagi. La frase «quando la precarietà del lavoro non permette ai giovani di costruire una loro famiglia, lo sviluppo autentico e completo della società risulta seriamente compromesso», sebbene fortemente strumentalizzata dalla sinistra radicale, contiene una verità che non si può negare. «La legge Biagi non si tocca» non le sembra un po’ «la legge 194 non si tocca»?
Gerolamo Tommasi via internet
Vuole che non sottoscriviamo la preoccupazione di un papa che la solita stampa provinciale ha ridotto a sponsor della manifestazione del 20 ottobre? È l’attacco al lavoro che ci fa pena. È leggere di un presidente della Camera che insegna ancora la «liberazione dal lavoro» che ci preoccupa. È Caruso che organizza occupazioni alla Fantozzi di società per il lavoro interinale che fa piangere. È l’ipocrita piagnisteo sindacale sulla Biagi, tranne poi applicarla peggio di Berlusconi, che ci fa ridere. Noi (noi?) diciamo che la Biagi è una buona legge nell’anno del Signore 2007, quando il mercato e la delocalizzazione globali se ne fottono che il lavoratore italiano non ci stia. Noi (noi?) diciamo a chi difende il posto fisso che è come la fede nella vita su Venere e a chi crede in un altro mondo possibile, tanti auguri. Noi non abbiamo mai detto che la legge Biagi non si tocca. Si immagini, nemmeno il Papa pare essere convinto che sia un po’ come la 194.
Da tempo ho smesso di partecipare alle manifestazioni, ma oggi scenderei in piazza contro quel 41 bis che il giudice statunitense ha paragonato a una forma di tortura che vìola la convenzione dell’Onu. Oggi mi sento compagno del dott. Sitgraves, cittadino statunitense! Non si possono assecondare le spinte giustizialiste e forcaiole senza batter ciglio. La critica al 41 bis non è una buffonata, e non lo è neppure se proviene da un paese in cui è ancora in vigore la pena di morte. Siamo contro la pena capitale, ma siamo anche contro la tortura del 41 bis! Le due posizioni non si elidono. L’unica restrizione carceraria possibile è quella tesa a impedire che, dal carcere, i mafiosi continuino a governare il territorio e organizzare crimini; qualsiasi altra limitazione è inutile e incostituzionale. Se lo scopo della pena non è la vendetta, bisognerebbe chiedersi allora che senso hanno certe restrizioni. In alcune carceri, ad esempio, chi sta in regime di 41 bis rimane sempre con la luce accesa, notte e giorno; i colloqui (uno al mese) si svolgono in una stanza attraversata da un vetro divisorio alto fino al soffitto. I figli dei carcerati possono toccare i padri solo se hanno un’età inferiore ai 12 anni, dopodiché devono limitarsi anche loro al colloquio tipo acquario. Dal carcere si racconta che: «Massima sicurezza vuole dire deserto disciplinare, spazi angusti e metallici dove i corpi in sovrannumero sono stipati e normati in modo rigido e severo, mentre le menti si inaridiscono. L’unico svago concesso viene dall’agognato carrello dell’infermeria che scandisce la giornata distribuendo tre volte al giorno stupefacenti ricreazioni chimiche a base di benzodiazepine».
Fabio Cavallari
Noi che non siamo affatto in linea con la richiesta di moratoria per la pena di morte (troppo facile evocare l’immagine del boia e del braccio della morte altrui, per evitare di discutere della morte della giustizia e dei boia nostri), rimaniamo convinti che l’indulto sia una legge buona e il 41 bis una legge più di-sumana della forca texana.
Ho trovato molto interessanti gli articoli di Simone Fortunato sui finanziamenti pubblici al cinema. Il grande sociologo francese Pierre Bourdieu, quando volle citare un clamoroso esempio di morte di un grande sistema, scrisse del cinema italiano. «Negli anni Sessanta era Hollywood sul Tevere, la seconda cinematografia della Terra per dimensioni, la prima per qualità. Un declino era forse inevitabile. Ma dal declino allo sfascio, c’è voluta la longa manus pubblica». Suggerisco di fare una analoga inchiesta sui Beni culturali. Infine una sola domanda sulla festa del cinema a Roma: ce n’era bisogno? C’era bisogno di utilizzare denaro pubblico per una festa mondana invece che per coprire i buchi nelle strade della capitale?
Giovanna Jacob Milano
Buona l’idea di un’inchiesta sui Beni Culturali (provvede lei, cara Jacob?). Quanto al Cinema Roma, è vero, le do una notizia: l’Independent ha scritto che «recentemente è stato segnalato che la Honda viene a Roma per testare gli ammortizzatori dei suoi motocicli perché non c’è posto migliore».
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