Prodi gesuiti, parroci felici e belle donne
Caro direttore, ho letto le opinioni di padre Bartolomeo Sorge in ordine alle scelte che ciascun cittadino, magari cattolico, dovrà fare in occasione delle prossime elezioni, e debbo dire di essere rimasto stupito nel sentire, da un sacerdote, minimizzare, o meglio banalizzare, i valori della vita e della famiglia in nome di valori che, seppur importanti, sono assolutamente secondari anche in una società laica e multiculturale. Sottolinea padre Sorge che vi sono altri valori (oltre la vita e la famiglia), altri princìpi irrinunciabili come l’osservanza delle regole democratiche, la priorità del bene comune sugli interessi personali o di parte, la tutela dei ceti più deboli, una politica economica che finalizzi il profitto al lavoro umano e non sacrifichi la solidarietà all’efficientismo e alla competitività. Ma dove trova padre Sorge questi princìpi nel programma dell’Unione? Forse che il promuovere la vita e la famiglia non è perseguire il bene comune? Il bene comune e la solidarietà non si promuovono con la riduzione delle libertà delle persone, delle realtà educative e sociali, delle imprese e della stessa Chiesa, quell’entità etnica che difende la vita umana, educa alla carità e sostiene la responsabilità degli uomini e la speranza nel futuro. Suvvia, padre Sorge, riconosca che la vita e la famiglia, così come l’educazione, sono i presupposti, se non addirittura le emergenze, di una società libera e democratica.
Giancarlo Tettamanti, Milano
Padre Sorge si segnala da un pezzo nel ruolo di gesuita, ora professionista dell’antimafia, ora del criptoprotestantesimo in chiave politicamente aggiornata e corretta. E dire che nel 1977 aveva in animo un progetto di «ricomposizione del mondo cattolico» per tramite di un giornale finanziato da Silvio Berlusconi, che avrebbe dovuto dirigere Vittorio Citterich e che si sarebbe dovuto chiamare – come in effetti poi si chiamò anche se dall’impostazione iniziale cambiò decisamente rotta – Il Sabato.
Caro direttore, dopo l’aborto di Stato, in attesa della droga di Stato, dell’eutanasia di Stato, dell’educazione di Stato, aspettiamo anche la felicità di Stato. No, grazie. Lascia, caro Prodi, che sia io a decidere della mia felicità.
don Nino Origgi,
parroco di Bizzozero, Varese
Caro direttore, da abbonato e lettore di Tempi, vi informo di una breve Nota preparata dal Consiglio pastorale della mia parrocchia e firmata all’unanimità da tutti i consiglieri. Mi pare che le comunità parrocchiali debbano, nel rispetto del pluralismo, far sentire la propria voce nell’attuale momento, per evitare che l’esperienza cristiana debba essere confinata nello spiritualismo e per evitare che la ‘neutralità’, raccomandata dalla Chiesa italiana, possa o debba essere confusa con l’indifferenza o con l’equidistanza.
don Alberto Franzini,
parroco di Casalmaggiore, Cremona
Grazie don Alberto. Nella bella nota leggiamo tra l’altro: «In piena adesione alle parole del card. Ruini, auspichiamo da parte di tutti per la prossima consultazione elettorale un ‘supplemento di attenzione’ sui grandi temi antropologici, che concorrono a far vivere e crescere la nostra società, e indichiamo nella ‘centralità della persona umana’, nel ‘rispetto che si deve alla vita umana dal concepimento al suo termine naturale’ e nella difesa della ‘famiglia fondata sul matrimonio’ quei ‘contenuti irrinunciabili’ che è dovere della Chiesa riproporre a tutti i cittadini’».
Al direttore, a proposito della ‘Lettera aperta delle donne al Presidente del Consiglio’. Sono una consigliera comunale di opposizione e sono d’accordo sul contenuto della lettera. è la donna in quanto tale o come cittadina di questa bella Italia che deve decidere se entrare o meno in politica, non per obbligo delle quote rosa!
Rosalba Tiraboschi, via internet
La storia delle ‘quote rosa’ è roba da Vanity Fair. Spiace che il Cavaliere se ne complessi come si è complessato del ministro Giovanardi e della sua perfetta dichiarazione circa le leggi sull’eutanasia estese ai bambini in Olanda.
Egregio direttore, sono scenografa ed ho lavorato per 30 anni in Rai e successivamente per il cinema e per la pubblicità. L’ultimo film è del gennaio 2005, ‘La bambina dalle mani sporche’, con Ornella Muti e Sebastiano Somma per la regia di Renzo Martinelli. Ho letto l’articolo sul Foglio relativo all’iniziativa del vostro giornale dal titolo ‘Cento signore con famiglia vogliono stringere un patto con il Cav.’. Posso partecipare anch’io a questo gruppo; credo nel lavoro e metto a vostra disposizione la mia esperienza che è stata veramente grande. A vostra disposizione e confidando di essere contattata, ci terrei molto, invio i miei migliori saluti.
Ada Logori, Milano
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