Professione pericolo
Due settimane fa è toccato a due giovani di 19 e 32 anni, operai agricoli in un’azienda del Mantovano. Sono gli ultimi di un bollettino tragico che ha iniziato ad allungarsi già in questo scampolo di anno, con 25 persone morte sul lavoro dall’inizio del 2007. Numeri impressionanti e tristemente in armonia col dato – ancora parziale – del 2006, secondo cui le morti bianche sono state circa 1.300, 250 nel solo settore edile. Significa che ogni giorno tre persone perdono la vita nel luogo in cui si guadagnano il pane. Le istituzioni, di ogni ordine e grado, non accettano l’idea che l’Italia sia un paese in cui gravi un vuoto legislativo in tal senso. La 626 è da sempre considerata una buona legge, ma come tutte le norme da sola non è in grado di fare da panacea per tutti i mali.
Gian Marco Martignoni, membro della segreteria Cgil di Varese impegnato da anni sul fronte della sicurezza, non ha dubbi: la via per porre un freno a questo bollettino di guerra è la sindacalizzazione. Ancora scosso dalla morte di quattro operai nell’incendio della Umbria Olii di Campello sul Clitunno (Pg) spiega a Tempi che quanto accaduto nel Perugino è la fotografia più evidente del capitalismo nostrano, il quale fondandosi sul nanismo delle strutture produttive crea effetti perversi e incontrollabili. È il numero spropositato di micro imprese (quelle da 1 a 9 dipendenti), che il sindacato intende mettere sotto accusa. Queste ultime, sono realtà in cui l’insediamento sindacale è pari a zero e proprio in questa caratteristica, secondo la Cgil, va ricercata la concausa delle tante morti bianche.
“Più sindacato meno infortuni” sembra uno slogan un po’ forzato, in realtà è il concetto su cui insiste Martignoni: «Non è una novità che nelle realtà sindacalizzate accadano statisticamente meno infortuni mortali. Il 20 per cento delle vittime è rappresentato da micro imprenditori, soggetti che lavorano in proprio soprattutto nel campo edile. È necessario ricostruire una capacità di controllo del ciclo produttivo, al fine di disvelare e contrastare sul campo le degenerazioni che il meccanismo dei sub-appalti e delle esternalizzazioni produce a cascata su tutte le realtà territoriali».
Se la legge non basta
I micro imprenditori messi sotto accusa dal funzionario cigielle sono per lo più artigiani che sviluppano in famiglia la propria impresa. Carlo è uno di loro. Opera nell’alto Varesotto da almeno una decina d’anni. «Io sono un artigiano. Con il mio lavoro sfamo quattro famiglie. La mia, quella di mio fratello e quelle dei due muratori che lavorano per me». Carlo spiega che la sua è una piccola realtà artigiana che si occupa dei piccoli lavori di ristrutturazione, scavi per fognature, muretti di recinzione.
«Noi non costruiamo complessi residenziali, villette a schiera o altro. In pratica facciamo quello che le grandi imprese ci lasciano. Non riusciamo a programmare il lavoro per lunghi periodi. Abbiamo cali di lavoro e improvvisi picchi. Se dovessi avere in regola, per dodici mesi all’anno, i muratori che lavorano per me, dopo un anno dovrei chiudere l’attività. Noi non abbiamo grandi liquidità, i costi dei fornitori spesso ci mettono in difficoltà e il più delle volte peniamo per recuperare i crediti. Confesso che sarei contento di poter essere in regola al cento per cento, ma oggi come oggi non mi è possibile. Lo Stato in questo non ci aiuta, chiede. Punto e basta». È bene specificare che la tipologia di lavori che la ditta di Carlo esegue non è ad alta esposizione di rischio. Niente lavori con ponteggi o grandi macchinari da muovere. Per questo artigiano la 626 necessaria è il buon senso che chiede e pretende dalle persone che lavorano con lui.
Accanto a personaggi come Carlo, ci sono imprese strutturate ed imprenditori che muovono lavoro e manodopera. Uno di questi è Giovanni Baruffi, il quale opera nel Milanese con un’impresa che conta direttamente una quindicina di dipendenti, per lo più tecnici specializzati e capisquadra, ma che per la manovalanza si avvale delle cosiddette squadre esterne (artigiani o piccoli gruppi di imprese). «Ognuna di queste – spiega Baruffi – se ha un responsabile interno della sicurezza, deve produrre un piano operativo che risponde alle normative e alle caratteristiche specifiche del cantiere. Il responsabile ultimo è ovviamente sempre l’impresa che ha acquisito il lavoro. Comunque oramai nei cantieri “seri” i principi sulla sicurezza vengono rispettati. Oggi per lavorare devi avere tutto a norma, ponteggi, gru, protezioni. Poi gli incidenti possono succedere».
Accanto alle responsabilità delle ditte è importante anche sottolineare un altro aspetto non trascurabile: l’assenza di una cultura sulla prevenzione da parte di tanti lavoratori.
Quell’elmetto che non va giù
Convincere un carpentiere a mettere il caschetto o l’imbracatura è difficile proprio perché manca una cultura in tal senso. Spesso le attrezzature sono inutilizzate pur essendo presenti sul posto di lavoro. La presenza dei molti extracomunitari che oramai costituiscono la grande massa di occupati in questo settore, funge da moltiplicatore di tutte queste difficoltà di formazione, anche se proprio Giovanni Baruffi spiega che «da qualche anno si sono formati dei buoni operai stranieri. Non esistono più i “maestri” bergamaschi. Oggi sono molto bravi gli egiziani perché già nel loro paese hanno scuole di carpenteria».
Le regole, spesso assolutamente ferree ed inderogabili, risentono del limite insito in ogni norma, la quale prevede un protocollo generale ma difetta nella definizione delle particolarità. Accade così che piccolissimi cantieri sono sottoposti agli stessi obblighi di imperiosi mega appalti e che l’asservimento schematico ad alcune norme invece di prevenire finisce per produrre effetti distorti. È ancora l’imprenditore Giovanni Baruffi a spiegare a Tempi questo ossimoro: «L’applicazione stretta della normativa a volte impedisce di prestare soccorso anche in situazioni estremamente drammatiche. Ricordo che in un cantiere non siamo potuti intervenire su un lavoratore che era rimasto intrappolato con alcune “chiamate” nel torace perché bisognava aspettare i pompieri con le pinze idrauliche. A volte, muoversi, agire in prima persona, equivale a esporsi a pesanti sanzioni. Insomma, non tutto può essere legge, dovrebbe poter contare anche il buon senso. Quando la normativa è troppo stringente e chi la applica si attiene semplicemente al manuale si producono più problemi che benefici».
Leggi, normative, contraddizioni e ossimori sembrano far da corollario al problema mai risolto delle morti bianche. Duecentocinquanta morti in dodici mesi sono un’enormità ma le statistiche, asettiche per natura, non riescono mai a soddisfare tutte le domande inevase. È necessario, ad esempio, tenere presente che l’edilizia è il principale settore in Italia. Per comprendere meglio sarebbe poi utile scorporare i dati, sia geograficamente, sia sulle dimensioni dei cantieri stessi.
Esiste una differenza sicuramente tangibile tra i cantieri del Nord Italia e quelli del Sud come spiega il geometra Luigi Parente, collaboratore di Giovanni Baruffi, da poco trasferitosi al Nord. Un avventuriero di lunga data che sta iniziando a muovere la propria impresa nelle valli lombarde. Parente racconta di due realtà completamente differenti e di un Sud privato di legalità, dove la sicurezza nei cantieri è «praticamente inesistente». Il lavoro nero una costante che fa dell’uso della manodopera straniera «un cliché consolidato». «Sarebbero necessarie delle denunce – afferma Parente – ma dopo una denuncia non trovi più nessuno che ti fa lavorare».
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