«PRONTO NELLIE? SONO GEORGE, DOBBIAMO CONTINUARE A DIFENDERE LA VITA»

Di Respinti Marco
04 Agosto 2005

Washington, 24 gennaio 2005. 32ma Marcia per la Vita dalla legalizzazione dell’aborto nel 1973. Ore 12.11. Squilla il telefono di Nellie Gray, presidentessa del “March for Life Fund” di Washington, l’organizzatrice. È il presidente degli Stati Uniti, in diretta con il milione di pacifici manifestanti che ogni anno sfidano il gelo e le intemperie camminando lungo Constitution Avenue fino alla Corte Suprema.
«Sono onorato di essere parte di questa imponente testimonianza». Obbediamo a credo e a fedi diverse, dice Bush, ma «ciò che ci unisce è l’idea che l’essenza della nostra civiltà sia questo: i forti hanno il dovere di proteggere i deboli». Parla, più volte in una telefonata di cinque minuti esatti, di «cultura della vita». Spera che l’America in cui anche la legge accolga volentieri tutti i bambini nutriti nel grembo materno non tardi molto a nascere. Ricorda le iniziative legislative a favore della vita. Rammenta di avere firmato il bando al partial-birth abortion. E poi che ora negli States i bimbi sfuggiti ai tentativi di aborto sono protetti dalla legge, così come lo è chi, fra medico e paramedico, obbietta in coscienza. E che chi uccide o attenta alla vita di una donna incinta è accusato di duplice omicidio tentato o compiuto. E che, in riferimento alle cellule embrionali staminali, la medicina non può violare la sacralità della vita umana. Chiude incoraggiando a «trarre calore e conforto dalla nostra storia, la quale ci dice che un movimento che si richiama alle sensibilità più nobili e generose dei nostri compatrioti americani», ebbene «questo movimento che si fonda sulla sacra promessa contenuta nel nostro documento di fondazione non fallirà».
E così, «in questo giorno di compassione», Bush chiede «che Dio benedica voi per la vostra dedizione e che Dio possa continuare a benedire questo grande Paese. E grazie, Nellie, per avermi concesso di condividere questo momento con voi».
M. R.

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