Prove di istruzione

Di Persico Roberto
20 Luglio 2006
Togliere al sistema scolastico il compito di valutare se stesso: ci vorrà «coraggio politico», ma non intendiamo rinunciare a una nuova maturità. Parla Roberto Pellegatta, presidente Disal e preside al Marie Curie di Meda

Anche la maturità 2006 è passata in archivio. Col suo seguito di polemiche, sempre più stanche. È un esame inutile, sorpassato. Le prove? La percentuale altissima dei promossi, il fatto ormai consolidato che le università non tengono in nessun conto il voto dell’esame per l’ammissione ai propri corsi. Un esame dunque da buttare? Ne abbiamo ragionato con Roberto Pellegatta, preside del liceo scientifico Marie Curie di Meda, presidente dell’associazione di dirigenti scolastici DiSAL, reduce dall’incontro sull’argomento del Forum delle associazioni professionali degli insegnanti e dei dirigenti con il ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni.
Allora, un esame da buttare?
Non sono gli esami ad essere inutili: è “questo” esame a esserlo. Fatto così è uno spreco di risorse e di tempo: è un doppione sterile di valutazioni fatte un mese prima, rinvia la verifica delle capacità dei giovani ad altri appuntamenti, universitari o lavorativi che siano, danneggiando solo loro, e conserva la logica autoreferenziale che sottrae a qualsiasi controllo anche il lavoro svolto dai docenti. L’attuale formula contiene poi altre distorsioni: la riduzione del presidente a mera funzione burocratica come in quello di licenza media; il mancato serio controllo di alcune scuole non statali, che con il loro operato oscurano sui mass-media la serietà della stragrande maggioranza delle scuole paritarie; l’assurdo aumento dei privatisti (da 198 del 2000 a 15.167 del 2004, aumento del 7.500 per cento).
E dunque?
La vera meta è togliere al sistema scolastico il compito di valutare se stesso: una scuola secondaria di secondo grado che si misuri sull’istruzione reale che riesce a trasmettere – e che non rilasci pezzi di carta con valore legale – deve concludersi con uno scrutinio finale contenente voti reali. Con questi e con la preparazione effettiva ricevuta lo studente, se lo desidera, dovrebbe presentarsi a prove gestite e valutate da un sistema nazionale di valutazione “terzo” rispetto all’amministrazione e all’istituto scolastico, ai fini di una certificazione credibile per l’università e per i vari percorsi di inserimento nella vita attiva. È questo l’unico obiettivo ragionevole se si vuole un sistema di istruzione moderno e se si crede necessaria quell’autonomia scolastica che nel nostro convegno del 2005 abbiamo definito «tradita e abbandonata», ma dalla ripresa della quale solamente potrà scaturire la vera riforma della scuola.
Un obiettivo un po’ ambizioso, non le pare?
Certo, per perseguire questa meta è necessario coraggio politico e un confronto inevitabilmente duro con le parti più corporative del sindacato e della burocrazia. È possibile tuttavia iniziare a rendere “meno dannoso” l’esame attuale («meno dannoso» è espressione che ha usato anche il ministro nell’incontro del Forum).
Qual è la linea del ministro in merito?
Nell’incontro di settimana scorsa il ministro Fioroni si è mostrato molto realista. «Capisco bene – ha detto più o meno – che riformare radicalmente l’esame vorrebbe dire cambiare l’assetto della scuola. Ma questo non rientra nei miei programmi, e quindi voglio introdurre al più presto quelle modifiche che rendano meno dannoso – appunto – l’esame attuale».
Di quali modifiche si tratterebbe?
Non lo ha detto. Anzi, l’aspetto più interessante dell’incontro è che ha domandato un parere proprio alle associazioni professionali. Non intende, come molti predecessori, affidarsi a “esperti” universitari o di altri mondi, ma ha chiesto indicazioni e proposte a chi nella scuola vive e opera tutti i giorni.
Una scelta di metodo interessante, non crede?
Se verrà confermata nei fatti, senz’altro.

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