PUò dirsi lucido un ministro degli Esteri che ha ancora il mito di Ho Chi Minh?
Parliamoci chiaro. Anch’io, quando ero un ragazzino, sono andato per strada a gridare “Vietnam libero”, “Giap! Giap! Ho Chi Minh!” e magari pure “Vietnam rosso”. Quando vidi un corteo approfittare della vicinanza tra l’ambasciata americana e la filiale della Fiat per scaricare una salva di pietre sulle vetrate di quest’ultima, cominciai a nutrire dubbi. Ma l’indignazione per l'”aggressione” americana metteva a tacere tutto. Poi la guerra finì e quel che doveva essere un radioso futuro si rivelò un incubo. Il regime comunista vietnamita mostrò subito la sua natura: un milione di persone imprigionate senza processo, più di 150 mila morti in campi di rieducazione, migliaia di “oppositori” selvaggiamente torturati e, come conseguenza di questa “liberazione”, la tragedia dei “boat people”. Tra il 1975 e il 1979 e poi tra il 1988 e il 1990 circa 800 mila persone fuggirono con imbarcazioni di fortuna, finendo spesso in fondo al mare oppure depredate e uccise dai pirati, talora salvandosi in condizioni terribili dopo essere andate alla deriva anche per duemila miglia. E non era finita, perché agli inizi del nuovo millennio iniziò una selvaggia persecuzione nei confronti di una minoranza cristiana di origine mongolo-tibetana e malese-polinesiana, i “montagnard”, così detti perché vivevano sugli altipiani vietnamiti. Stimati in circa due milioni e mezzo sono stati praticamente spazzati via da feroci persecuzioni di fronte alle quali la comunità internazionale si è voltata dall’altra parte, malgrado le tante denunce.
Sono passati tanti anni. Abbiamo appreso che la realtà non era in bianco e nero come la dipingeva l’estremismo giovanile alimentato da una propaganda a senso unico. Siamo cresciuti. E dopo aver saputo di tanti orrori è impossibile rinverdire il mito del glorioso Vietnam, bandiera della libertà e della democrazia.
E invece c’è qualcuno che resta ancora fermo a quegli anni. È il nostro ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, che, in missione ad Hanoi, non ha potuto trattenersi e – riferisce la stampa – ha abbracciato i dirigenti vietnamiti chiamandoli «faro della mia generazione», ribadendo che «per la mia generazione la solidarietà verso il Vietnam è stata un’esperienza formativa di grandissimo valore». D’Alema cerca di accreditarsi come una mente razionale e lucida. Si presenta come portavoce di un approccio che mette al primo posto il dialogo, la democrazia, il rispetto dei diritti. Quando Israele o Stati Uniti sgarrano anche minimamente alza il dito ammonitore. Redarguisce chi osa soltanto pensare alla possibilità di usare la forza contro chicchessia, anche se si tratta di un feroce dittatore che vuol dotarsi dell’atomica. Ma di fronte al Vietnam rosso il cuore gli batte veloce e la passione prorompe, la memoria di legioni di morti ammazzati, torturati e ridotti alla disperazione viene cancellata e il pugno sente l’impulso a sollevarsi per accompagnare gli antichi slogan giovanili. Di che stupirsi allora per l’atteggiamento della nostra politica estera nei confronti di Hamas? Diciamola tutta: Haniyeh è il nuovo Ho Chi Minh e Meshaal il suo generale Giap (o viceversa, fate voi). E come il ricordo dei boat people e dei campi di concentramento del Vietnam comunista viene scacciato dalla memoria, così i militanti di Fatah sgozzati come capretti dai loro fratelli di Hamas sono una nota marginale, i bombardamenti di missili da Gaza su Israele sono una piccola provocazione cui Israele risponde in modo “sproporzionato”. Se soltanto si fosse capaci di dialogare in modo pacifico, quanti problemi sarebbero risolti. “Giap! Giap! Ho Chi Minh!”.
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