Public Utilities
Quello dei servizi pubblici è un settore di estrema importanza per la convivenza sociale perché attraverso di essi si garantisce o meno il raggiungimento di una qualità della vita adeguata. La loro origine risale a quando i comuni, dovendo rispondere alle esigenze degli abitanti, hanno deciso di garantire loro la fornitura di alcuni servizi quali, ad esempio, la distribuzione dell’acqua, dell’elettricità o il servizio di trasporto pubblico. In alcuni casi il servizio pubblico è nato con l’affidamento a terzi di parte delle attività. Con il tempo, però, si è progressivamente passati attraverso un processo di concentrazione nelle mani della gerenza pubblica, nella fattispecie i comuni, perché questa sola poteva garantire la fornitura dei servizi anche in condizioni di precarie risorse finanziarie: essi cominciarono così a essere percepiti come servizi sociali. Per la loro fornitura si è sempre utilizzato denaro pubblico, proveniente in piccola parte dalle tariffe ed essi applicate e in larga parte dalla fiscalità generale. Gli investimenti fatti in questo settore, quindi, hanno una caratterizzazione imprenditoriale abbastanza specifica che non è quella di investimenti ordinari ma originati dalle stesse disponibilità economiche dei cittadini. Oggi, però, la situazione si è così trasformata da rendere questi servizi tali da poter garantire un ritorno economico significativo. Si è fatta largo l’idea di restituire o riaffidare a privati la loro gestione. Di fronte a questa possibilità i governi passati, soprattutto di sinistra, hanno fatto una scelta di “finta privatizzazione”: hanno cioè portato le aziende pubbliche di livello comunale o infracomunale a modificare la loro forma giuridica per trasformarsi in Società per Azioni, senza che questo determinasse un vero e proprio cambiamento della natura intima dell’iniziativa economica. Su questa base si fondano i discorsi sulla volontà di fare l’interesse degli enti locali, dimenticando, tuttavia, che l’ente locale non ha un valore in sé, ma è utile in quanto strumentale rispetto agli interessi dei cittadini. Il privato ha pagato le reti attraverso cui questi servizi si svolgono, quindi esse gli appartengono. Egli non può e non deve dunque accettare di pagare nuovamente il diritto d’uso, il pagamento è già stato effettuato. I gestori pubblici non hanno il diritto di mantenere il servizio senza passare attraverso una procedura concorsuale, cioè una gara, che ne certifichi la qualità e che ne renda maggiormente favorevole ai cittadini l’esercizio. Il servizio è preordinato a garantire ai cittadini, e non ai gestori, una buona qualità di vita. Non è vero che facendo l’interesse del gestore pubblico si fa l’interesse del pubblico. L’interesse del pubblico si fa quando il servizio è gestito con la massima qualità al minor prezzo possibile e questo requisito si verifica e si avvera solamente in presenza di un confronto concorrenziale, che spinge a migliorare l’offerta e non certo con la condizione del monopolio.
Paolo Togni, capogabinetto al Ministero dell’Ambiente
Le imprese dei servizi pubblici operano all’interno di uno scenario caratterizzato dalla progressiva deregolamentazione del settore, dall’incremento della pressione competitiva e quindi dalla necessità di raggiungere la scala dimensionale adeguata per competere e per cogliere le opportunità che con la liberalizzazione si presenteranno. D’altra parte, mentre sotto il profilo delle regole la pressione costante dell’Unione Europea consentirà un sostanziale allineamento fra i diversi Paesi europei, più evidenti e complesse sono invece le differenze sotto il profilo della struttura dell’industria dei servizi pubblici. Se si escludono i casi delle grandi aziende (Enel, Telecom, Eni), che si confrontano alla pari con i competitors europei, la struttura industriale italiana dei servizi pubblici locali è frammentata in centinaia di imprese di piccole e medie dimensioni, mentre in Europa il processo di consolidamento del settore è già da tempo maturo. Ritengo che lo scarto dimensionale dell’impresa ci penalizzi sotto diversi profili: finanziario, tecnologico e commerciale, e ci espone ad una concorrenza asimmetrica nei confronti dei principali competitori europei. Con Hera si è compiuto un primo passo importante verso la costruzione anche nel nostro Paese di una vera e propria “industria dei servizi pubblici”.
Stefano Aldrovandi, Amministratore Delegato di Hera Spa
Se è vero che si fa l’interesse pubblico quando il servizio è gestito con la massima qualità al mìnor prezzo possibile, non credo che ciò si avveri solo in un confronto concorrenziale. Proprio di recente, un importante incontro organizzato presso il Comune di Milano ha messo in risalto tutti gli aspetti negativi di tale impostazione. Innanzitutto, non c’è nessun articolo esplicito nella vigente normativa europea che obblighi a ricorrere alle gare per l’affidamento dei servizi pubblici locali. E non è vero che la gara garantisce più efficienza e meno corruzione. Ci sono almeno quattro punti utili per indicare la complessità delle cose. Primo, il problema delle concessioni: se vi sono più concorrenti, dovrebbe vincere il progetto di migliore utilizzo della risorsa, non quello che paga di più. Altro punto, quello degli appalti. Tutti ricordiamo l’epoca delle gare al massimo ribasso: un gran lavoro per gli avvocati e molto meno per gli edili e gli ingegneri! Terzo elemento, le gare per la gestione dei servizi. Nel caso di una rete di distribuzione, l‘elemento discriminante non può essere l’offerta maggiore: se gli operatori vi fossero costretti, riprenderebbero il dovuto dal mercato. Con grave danno per la comunità. Ultima riflessione, la scelta del partner. Il meccanismo che oggi impone al soggetto pubblico di costruire joint-ventures attraverso gare non ha senso: tale scelta richiede considerazioni complesse, articolate, che una gara non può garantire e la politica non può ignorare. Tener presente l’efficienza e il valore, in un settore complesso e importante come quello dei servizi pubblici, non deve essere in contrasto con l’interesse generale. Questa è la scommessa e anche l’etica dell’Aem, che da Azienda Municipale ha saputo trasformarsi, a partire dalla quotazione in Borsa, in uno dei più importanti operatori nazionali dell’energia.
Giuliano Zuccoli, presidente Aem Spa
Tre rapide osservazioni.
1) Per ragioni d’equità sociale e di difesa dall’arroganza di grandi monopolisti, da oltre un secolo i servizi pubblici sono di dominio prevalente degli enti locali. Ma oggi la realtà è radicalmente cambiata: l’applicazione di tecnologie aggiornate ha permesso in molti settori la separazione tra rete e servizio riducendo lo spazio di monopolio naturale ed aprendo spazi rilevanti alla competizione (telecomunicazioni, gas, energia); le Amministrazioni Pubbliche sono oggi più attrezzate a svolgere il ruolo di regolatore/controllore e a dismettere i panni del gestore; il cittadino-consumatore ha acquisito nuova consapevolezza del suo diritto di scegliere il proprio fornitore tra le diverse opzioni fornite dal mercato: perché, allora, dobbiamo rimanere ancora prigionieri delle piccole logiche di potere conservativo che allignano nelle municipalità che continuano a rifiutare ogni apertura alla concorrenza e al mercato?
2) I finanziamenti pubblici per l’adeguamento delle infrastrutture non ci sono più. Il decisore politico, nazionale e locale, deve decidere: o prevedere una nuova forma di prelievo fiscale o aumentare le tariffe del servizio. Immaginare che la privatizzazione eviti questa scelta dolorosa e impopolare, scaricando gli oneri finanziari sul privato, è una colossale sciocchezza. Il contributo del privato nella gestione del servizio pubblico non consiste nel regalare i soldi, ma nel saper gestire in modo più efficiente del pubblico un’attività di natura industriale, creando valore ai propri azionisti.
3) Il mercato rende giustizia del valore di un’azienda. Un’azienda sana è un’azienda che sa cogliere il vantaggio competitivo del suo posizionamento nel mercato, utilizzando le sue risorse in modo ottimale per rispondere efficacemente alle necessità dei suoi clienti. Questo è l’esito della competizione e le aziende incapaci che disperdono solo valore devono morire. Il dibattito se sia meglio un’azienda pubblica o una privata non ha nessun senso se c’è competizione.
Raffaele Tiscar, Italy Country Manager Thames Water International
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