Qualcuno deve pur fare questo sporco lavoro…
Che il giornalista non sia un vero e proprio lavoro, l’ho sempre sospettato, ma i bambini lo sanno con certezza. Dal piccolo costruttore che, all’asilo, del padre giornalista diceva che vendeva i giornali e che, al sapere del padre dell’altro, muratore, sgranava occhi, bocca, cuore con un «Davvero?!», a mia figlia, 6 anni, età in cui l’educazione a fiabe ti fa, ancora, totalmente realista e pragmatico: «Mamma, tu cosa farai da grande?». Ma io sono grande… «Sì, ma cosa farai da grande?». La casa, tanti figli… «Sì, ma cosa farai da grande?». Sai, scrivo, quella rubrica su Tempi… «Sì, ma cosa farai da grande?». E tu cosa farai? «La Pittrice e la Maestra». E la Pasionaria, figlia di Giovannino Guareschi che, sul mestiere del padre, dice: «Mio babbo è sempre in giro per la casa a piantare i chiodi» e, alla domanda del poveretto, «Non sai che io scrivo per i giornali e faccio dei libri?», la feroce risponde «Ma quello lì non è un mestiere come il falegname, il medico… si dice mestiere quando uno fa qualcosa di cui c’è bisogno. Quando uno ha bisogno del vestito, chiama il sarto». Che non sia un mestiere pare lo sappia con certezza anche chi ha compilato le domande del Censimento. Cos’è un giornale? «Industria del legno e dei prodotti del legno (esclusi i mobili), della carta, stampa ed editoria». Dopo aver scritto che sono pubblicista devo indicare «in cosa consiste l’attività lavorativa». Svolgo un’attività impiegatizia? Tecnica, sportiva, artistica? Dattilografa, fisioterapista, insegnante elementare… organizzativa ad elevata specializzazione? Professore, cardiologo. Chissà cos’ha risposto Enzo Biagi. Io, quasi quasi, metto una crocetta su “coltiva piante”, in fondo per fare la carta ci vuole il legno, e «per fare un albero ci vuole un fiore».
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