Quando il medico cura se stesso

Di Rodolfo Casadei
14 Giugno 2001
Giancarlo Cesana, ordinario di Medicina del lavoro all’Università di Milano ma soprattutto leader laico di Comunione e Liberazione, che fustiga il mondo medico italiano

Giancarlo Cesana, ordinario di Medicina del lavoro all’Università di Milano ma soprattutto leader laico di Comunione e Liberazione, che fustiga il mondo medico italiano accusandolo di «inerzia e povertà culturale inversamente proporzionali alla drammaticità portata dalle nuove scoperte delle ricerche soprattutto straniere»; Roberto Formigoni che annuncia la nuova frontiera della sanità lombarda: «un sistema d’acquisto delle prestazioni sanitarie non più identificato con l’Ente pubblico, ma a cui partecipino anche organizzazioni sociali ed economiche nate con il vincolo e l’obiettivo della solidarietà e dell’universalità del servizio»; mons. Angelo Scola, rettore della Pontificia Università Lateranense, che invita i medici a prendere coscienza che «la domanda di salute è una domanda di salvezza», e in questa prospettiva essi «operano per la guarigione piena, dalla malattia e dalla morte»; e ancora interventi sull’eutanasia, sulle terapie geniche, sulla procreazione assistita, sul fallimento della sanità dei governi di centro-sinistra e su tutti gli altri spinosissimi temi della salure e della sanità contemporanei. Niente male davvero per gli esordienti di Medicina e Persona, associazione di medici e operatori sanitari al loro primo congresso nazionale sotto l’evangelico e provocatorio titolo “Medico cura te stesso – Libertà e responsabilità nelle professioni sanitarie”. Ottocento operatori del settore hanno partecipato a questa tre giorni che si è svolta a Milano fra il 7 e il 9 giugno e ha visto intervenire medici, scienziati, manager, docenti universitari, politici e giornalisti scientifici. «Il congresso – ha concluso Felice Achilli, presidente di Medicina e Persona – ha fatto emergere la necessità di riappropriarsi della vera vocazione della professione medica, non negando il suo carattere umanitario, di accoglienza integrale del bisogno della persona.

La pratica quotidiana, l’interesse per la ricerca, la necessità dell’assistenza implicano l’affermazione di uno scopo positivo per cui vale la pena vivere».

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