Quando provinciale è bello

Di Nicola Imberti
27 Febbraio 2003
Domande a Silvano Moffa, presidente della provincia di Roma

Il Presidente della Provincia è un po’ l’eterno terzo sempre lì a rincorrere la popolarità di sindaci e governatori di Regione. Ma, nel caso di Silvano Moffa, presidente della provincia di Roma, non son pochi gli aspetti interessanti che val la pena di sottolineare.
Dopo quattro anni di governo i cittadini romani possono essere contenti del lavoro della loro Provincia?
Credo di si. L’Amministrazione non si è limitata a gestire l’ordinario, ma ha cercato una redefinizione del ruolo di questo ente facendo nascere un vero “laboratorio”. Non a caso abbiamo deciso di cambiare il nome dell’Assessorato alle Politiche Sociali chiamandolo Assessorato per le Politiche della Comunità Familiare. “Famiglia” per sottolineare la centralità del nucleo famigliare, troppo spesso dimenticato. “Comunità” come elemento in grado di favorire il passaggio dal Welfare State verso la Welfare Community, un termine oggi molto alla moda ma che deve essere riempito di contenuti politici. Abbiamo voluto che il Terzo Settore non profit, che a mio avviso dovrà in futuro assumere sempre più la forma di impresa, non fosse solo il destinatario dell’erogazione di risorse. Al contrario, in questi quattro anni, il mondo del non profit, ne sono un esempio i progetti elaborati in collaborazione con la Compagnia delle Opere, ha partecipa fin dall’inizio alle iniziative sviluppate diventando un soggetto politico.
Nel percorso di superamento del Welfare State la Provincia di Roma ha lavorato molto anche nei settori della scuola e del lavoro. Cosa è stato fatto?
Mi colpì molto la lettera di una ragazza che, proprio al vostro settimanale, scriveva: «Fatemi trovare l’entusiasmo di tornare a scuola». Era un grido cui bisognava rispondere. La Provincia di Roma ha deciso di realizzare il “buono libro”. Raccogliendo un appello del Capo dello Stato, volevamo aiutare economicamente le famiglie meno abbienti e premiare gli studenti meritevoli attraverso il recupero del senso e dell’importanza. Abbiamo distribuito circa 200.000 libri. Per quanto riguarda il settore del lavoro, abbiamo realizzato una banca dati contenente schede personali dei singoli disoccupati. Così ne sappiamo il numero effettivo (circa 250.000) e possiamo dare risposte adeguate. Oggi le piccole e medie imprese dispongono, attraverso il “Progetto Domino”, della nostra banca dati on line e hanno iniziato un lavoro di partnership con la nostra Amministrazione che ha permesso il collocamento di oltre 5.000 persone appartenenti alle categorie protette.
Qual è il segreto di questo “modello romano”?
Sicuramente la “capacità concertativa” della Provincia. In questi anni abbiamo ridefinito la nostra funzione e ci siamo proposti come “ente di regia”. Una volta letti i bisogni che emergono dalla realtà chiamiamo tutti i soggetti protagonisti attorno ad un tavolo e assieme pianifichiamo le risposte più adeguate. Fare insieme, questo è il nostro motto. Un esempio di questo modello è “Turisma” la nuova agenzia per il turismo che ha una partecipazione maggioritaria della Provincia e riunisce soggetti privati e privati non profit. Non siamo d’accordo con la politica del Campidoglio che vuole trasformare Roma in un’imitazione di Parigi o di Berlino. Roma è Roma, dovrebbero essere Parigi e Berlino ad imitare il nostro modello, non viceversa.

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