Quando Romano regalò la Sme
Massimo Pini, I giorni dell’Iri, 308 pp. Mondadori, Euro 16.53
Non c’è solo Romano Prodi, naturalmente. Massimo Pini, già collaboratore di Craxi, membro del Comitato di presidenza dell’Iri dal 1986 al ’92, ricostruisce e racconta la storia dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale, spina dorsale del capitalismo di Stato italiano, dalla sua fondazione nel 1933 fino alla sua definitiva liquidazione il 28 giugno del 2000. Sulla scena sfilano protagonisti e stagioni dell’economia e della politica del secolo, dal mitico fondatore Alberto Beneduce ai “boiardi di Stato” delle Partecipazioni Statali, dalla teorizzazione democristiana dello “Stato imprenditore” degli anni Sessanta al tintinnar di manette di “Mani pulite” l’altro ieri. Ma la star indiscussa, primo attore per almeno quattro quinti della narrazione, è lui, il Romanone nazionale. Entra in scena a pagina 34, designato al vertice dell’ente nel novembre 1982 con la sponsorizzazione del duo Scalfari-De Mita, e ne esce solo al penultimo capitolo, quando è costretto alle dimissioni da Presidente del Consiglio. Non senza aver fatto in tempo a guidare la privatizzazione dell’Istituto: con modalità e scelte che gli tireranno addosso mai dissipate accuse di aver voluto favorire i “soliti noti”. Ma la vendita sottocosto agli amici degli amici è una specialità praticata da lunga pezza. Rileggersi per credere – e per capire quanto sia pretestuoso il tentativo della Procura di Milano di rimescolare le carte portando sul banco degli accusati il Cavaliere e il suo avvocato Cesare Previti – il capitolo dedicato al “pasticciaccio brutto” della vendita della Sme. Dalle carte emerge senza possibilità di equivoco che la cifra pattuita per la cessione del comparto alimentare dell’Iri a De Benedetti era irrisoria, che l’accordo prevedeva esplicitamente un benestare ministeriale che non giunse mai, che la sentenza della prima sezione del Tribunale di Roma che giudicava invalido il contratto (confermata in appello e in Cassazione) era ineccepibile. Una salutare rilettura fuori dal coro di un pezzo importante della nostra storia.
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