Quanta sana ipocrisia sulle pensioni
Mio caro Malacoda, dobbiamo rassegnarci, il nostro desiderio di portare l’attacco al cuore del Nemico è destinato a sicuro fallimento. Ed è, scusa il gioco di parole, esattamente una questione di cuore. Quel cuore che il Nemico ha messo dentro ogni uomo è inattaccabile. Il bastione centrale è invincibile, non perché sia particolarmente agguerrito e armato, spesso è indifeso, fragile. Il problema è che è come una sorgente, l’acqua puoi circondarla, raccoglierla e buttarla altrove, coprirla sotto mucchi di sabbia, ma prima o poi riemerge, magari altrove, ma riemerge. Non ci restano che due possibilità, prosciugarla (ma anche questo è quasi impossibile) o avvelenarla. Ti faccio un esempio: è inutile che tu ti danni per cancellare dal cuore dell’uomo il desiderio, dirò di più, l’esigenza della giustizia: è insopprimibile. Potrà riuscirti con qualcuno, ma solo temporaneamente (anche se per lunghi periodi) e comunque non in tutte le circostanze (non esiste persona più assalita dal senso di aver subìto un’ingiusizia del ladro a sua volta vittima di un furto). Ti conviene allora prendere la giustizia come tuo ideale e farne la tua bandiera, innalzarla alta alla testa delle tue truppe, proclamarla con enfasi a giustificazione di ogni tua azione.
Sulle pensioni, per venire all’ultima pratica italiana che ti ho affidato, ti sei comportato benissimo, la conclusione cui sono giunti governo e sindacati è un capolavoro di ipocrisia: sono riusciti a camuffare un abbassamento reale dell’età pensionabile (da sessant’anni come stabiliva la legge a cinquantotto) come un innalzamento, e con la riserva, da parte del sindacato detto Cgil (che ha ottenuto ciò che voleva, ma intende ulteriormente cautelarsi a sinistra), di una firma posta “per presa d’atto”. Anche qui sei stato meraviglioso, diabolico. “Per presa d’atto” non vuol dire nulla, ma nessuno osa farlo notare. Chi firma un assegno “per presa d’atto”? O un testamento? O un contratto di compravendita? Un accordo è sempre stato un accordo, una firma è sempre stata una firma, d’ora in poi può non esserlo. Ma il meglio è venuto dopo, con le dichiarazioni del presidente del Consiglio. Uno può dire: «Abbiamo raggiunto un compromesso onorevole per tutti», ma l’uomo ha grandi ambizioni e allora detta: «Abbiamo rimediato a un’ingiustizia». Tono grave e petto in fuori. E nessuno che si chieda dove e come la giustizia trionfi. Il rimedio consisterebbe nello spostare nel tempo l’iniquità che si sarebbe realizzata il primo gennaio 2008: andare in pensione a sessant’anni. Nel 2013 sarà equo andarci a sessantadue.
Se vuoi difendere un privilegio, chiamalo “diritto acquisito” e fanne la tua causa di giustizia. A questo punto potrai giostrare tra diritti e legge a tuo piacimento, stravolgere la legge in nome dei nuovi diritti, o usarla spietatamente per reprimere i più antichi. Come ha fatto quel solerte vigile di Lovere che ha multato due novelli sposi perché i loro amici avevano affisso in paese dei volantini che annunciavano il loro matrimonio: “Sara e Attilio oggi sposi”. 412 euro, che Sara e Attilio imparino subito che la felicità è un desiderio non contemplato dalla legge (a meno che non vi sia un sindacato a difenderlo): voler essere felici è ingiusto. Pensino alla pensione.
Tuo affezionatissimo zio Berlicche
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