Quante divisioni ha il sindaco stampella

Di Solari Anita
04 Ottobre 2007
Non solo la dura Fiom. Nella Cgil s'affolla la fronda anti-Epifani. L'accordo col governo non si doveva firmare

È un problema tutto politico quello che sta investendo la Cgil di Guglielmo Epifani, l’unico segretario della Confederazione generale italiana del lavoro che non ha in tasca alcuna tessera di partito, dopo aver stracciato quella dei Ds. Tutti lo hanno corteggiato e che lui dica con chi sta, in questa sinistra in continuo movimento, se lo aspettano anche i suoi sostenitori impegnati, più o meno convintamente, nelle assemblee per il sì all’accordo sul welfare del 23 luglio. Abbassando il tono di voce sbuffano che «così sarebbe più chiaro e tutto più semplice».
Altro che unità sindacale, la Cgil si sbriciola nella corsa senza esclusione di colpi a chi sta più a sinistra e a chi si conquista il titolo di vero rappresentante dei lavoratori. Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, una delle spine nel fianco di Epifani, lo esplicita con poche parole: «Non c’è più nessun partito che rappresenta il lavoro». In realtà, quello è lo spicchio di luna cui si aggrappa la Cosa rossa che ancora, però, non c’è: la tutela dei milioni di dipendenti a tempo indeterminato e precari è il tema che tutto sommato mette d’accordo le quattro componenti della sinistra alternativa. Perché se Rifondazione comunista e Comunisti italiani sembrano aver sotterrato l’ascia che tagliò in due il partito di Fausto Bertinotti, Verdi e Sinistra democratica più difficilmente riescono a collocarsi sotto la stessa bandiera. E chi li potrebbe tenere tutti insieme, attorno al tema della rappresentanza sociale? “Guglielmo Epifani” è la risposta che sussurra una voce sempre più insistente in Cgil. Ma sono solo rumors. Anche perché lui ha già spiegato di non volersi schierare per garantire la separazione dalla politica in senso stretto. Una situazione di ambiguità che per Dino Greco, storico rappresentante della Camera del lavoro di Brescia, diventa pericolosa per l’essenza stessa del sindacato, cioè la rappresentatività di milioni di lavoratori. La critica al leader è secca: «Negli ultimi quindici anni la Cgil si è distinta per la sua autonomia dalla politica, anche se i suoi segretari sono sempre stati iscritti a un partito, da Di Vittorio a Trentin. L’indipendenza si vede nei comportamenti e non ci possono essere due momenti di sintesi, uno nel sindacato l’altro nel partito, perché fatalmente uno è sovraordinato all’altro. Io sono per l’incompatibilità, perché se sono parte della battaglia politica in senso stretto diventa difficile che io faccia valere il mio punto di vista di sindacalista nell’interesse dei lavoratori». Secondo Greco è proprio quel che è successo al tavolo di luglio. L’accusa è chiara: l’accordo non convinceva neppure il segretario generale che lo ha sottoscritto prima per presa visione poi per punti spiegandone i difetti. Per i critici di questa mediazione (che ha fatto svaporare il riequilibrio sociale promesso, dicono) è stato solo lo spauracchio di una caduta del governo Prodi a portare alla pesante firma dopo giorni e notti di dure trattative. Ma cos’avrebbe dovuto fare Epifani? Combattere da solo una battaglia contro tutti? «La Cgil avrebbe dovuto mobilitare la sua risorsa fondamentale, cioè la forza dei pensionati e dei lavoratori, che sono stati invece “tenuti in caserma”. Solo una grande manifestazione avrebbe potuto bilanciare gli equilibri in campo. Ma non si è fatto per non creare soverchie difficoltà al manovratore, con una lettura politicista della questione».
E stavolta non basta il referendum ex post. Così la Fiom ha votato il suo no ufficiale, scatenando le reprimende non solo di Epifani ma anche di parte della sinistra radicale che, stando al governo, si è sentita colpita dal sindacato. A dimostrare che i vasi sono comunicanti, eccome. Il bello, comunque, è che la Fiom nelle strutture territoriali fa i conti con un ribaltamento delle posizioni di forza: da Varese a Bari, da Cagliari a Catania, Terni, Roma, Firenze, sono una dozzina in tutto le camere del lavoro in cui l’area riformista è ancora predominante e spingerà per la ratifica del Protocollo Damiano.

Messi da parte pensionati e lavoratori
Poi c’è stata l’adesione di Rinaldini alla manifestazione del 20 ottobre promossa da Manifesto e Liberazione per chiedere all’esecutivo il rispetto del programma elettorale sul welfare, cioè che si rimetta mano a tutto quanto è stato fatto finora in quel campo. Infine sono arrivate anche le prese di posizione ostili di Lavoro e società e Rete28aprile. La prima è l’area programmatica promossa da Giampaolo Patta, ora sottosegretario del governo, cui fa riferimento parte della sinistra Ds, Pdci e i filogovernativi di Rifondazione. La Rete invece è la creatura di Giorgio Cremaschi, che trova nella sinistra di Rifondazione l’interlocutore naturale. Le due aggregazioni hanno iniziato a presidiare i luoghi di lavoro, combattive per fare vincere il no al referendum. L’ultima scossa nella Cgil è stato lo scontro a suon di lettere ai giornali tra Epifani e Nicola Nicolosi, coordinatore di Lavoro e società e membro del direttivo nazionale Cgil, colpevole di aver aderito ufficialmente, ancorché personalmente, alla manifestazione di sabato scorso a Firenze contro l’accordo sulle pensioni, convocata dalle rsu toscane ma diventata poi primo appuntamento dei sostenitori del no alla consultazione dei lavoratori promossa dai confederali dall’8 al 10 ottobre. Un tradimento del patto unitario, per il segretario generale. Subito è partito il contrattacco di Nicolosi, che denuncia il tentativo di Epifani di soffocare «la libertà d’espressione e di dissenso a un Protocollo che non consegue punti significativi della piattaforma presentata dai sindacati al governo». L’accusa (senza riserve) alla dirigenza è di mettere «in gioco l’autonomia del sindacato». È qui che sta il problema della Cgil di oggi, secondo Nicolosi: «C’è un nervosismo che matura nell’apparato burocratico nel momento in cui si apre il confronto: troppo attenti al risultato, quasi assillati, si finisce per trasformare questa occasione di arricchimento in un appuntamento tecnico-amministrativo che perde di vista anche i contenuti del messaggio che arriva dai lavoratori».
Il malcontento, insomma, è tutto rivolto all’apparato burocratico che il 23 luglio ha causato un incidente di percorso che ora bisognerà in qualche modo superare: la vittoria del sì è certa, i rapporti di forza in Parlamento non fanno sperare in una modifica dell’accordo, ma i sostenitori del no guardano al dopo. Fuori dal panegirico sindacalese Dino Greco lo dice chiaro e tondo: «Vogliamo capire se per questo governo pesino di più le organizzazioni che rappresentano milioni di pensionati e lavoratori o le pretese di una Emma Bonino o di un Lamberto Dini».

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