Quanto può durare ancora Conte?

Di Redazione
08 Giugno 2020
Rassicura, promette, esorta. Ma il presidente del Consiglio è in difficoltà. Tutti sanno che non può essere lui a guidare l'Italia
Giuseppe Conte

C’è ciò che si agita sopra la superficie e c’è una questione di fondo. Sopra il pelo dell’acqua delle polemiche di giornata c’è l’agitazione della maggioranza giallorossa e i messaggi cifrati fra Pd e M5s, la cui alleanza è sempre più traballante. I nodi vengono al pettine, come si dice, e tutti sanno che questo governo non è adeguato a gestire la ripartenza del paese. Con l’esecutivo Conte #nonandràtuttobene.

Il momento dello showdown

I rassicuranti messaggi inviati dal presidente Giuseppe Conte vanno letti al contrario. Le sue oramai quotidiane interviste per tranquillizzare l’elettorato sulla fase 3, le promesse su cosa si farà (addirittura il Ponte sullo Stretto) vanno interpretati come un segno di debolezza. È sempre così: quando un premier inizia a dire, come ha fatto Conte domenica al Corriere, «non temo di cadere», significa che sta esorcizzando un timore concreto. Quando nega l’«accerchiamento», dice di puntare tutto sugli Stati generali, mette la mano sul fuoco dello spirito di collaborazione, significa che sa che, come in una partita a poker, è arrivato il momento dello showdown.

Ci facciamo rappresentare da Conte?

Se il segretario del Pd Nicola Zingaretti, ormai diventato il più strenuo difensore di Conte, si sente in dovere di ricordare che «a questo governo non c’è alternativa», significa che qualcosa si sta muovendo. Lo capiscono tutti. Entro giugno l’esecutivo dovrà inviare a Bruxelles il Piano nazionale delle riforme che costituirà la bozza di quel piano con cui chiederemo all’Europa di darci centinaia di miliardi. Uno snodo cruciale per il paese, un’occasione da non mancare. Quindi la domanda che si fanno tutti, brutalmente e semplicemente, è: questa partita la facciamo giocare al carneade Conte?

Lo Stato imprenditore

Che tutto questo sia solo un gioco della parti tra Pd e M5s lo vedremo a breve. Di certo – ed è la questione di fondo – c’è un aspetto che ingenera nell’Italia produttiva un’ansia che nessun bonus può sopire: il dilagare dello Stato imprenditore, stile cinese. Come spesso capita, è Angelo Panebianco sul Corriere il più lucido a intercettare questo malumore nel paese. A Romano Prodi e Carlo Cottarelli che auspicano un intervento più pesante dello Stato il professore dice:

«Immaginare il peggio aiuta, a volte, ad evitarlo. Pur sperando in esiti diversi possiamo fare qualche ipotesi realistica su come verranno impiegati i fondi a disposizione della classe politica di governo. Una parte, come già oggi accade, probabilmente, finirà in sussidi, distribuita a pioggia alle più diverse categorie. Servirà, in certi casi, ad alleviare sofferenze provocate dalla pandemia ma contribuirà poco alla ripresa economica del Paese. Anche se, forse, ne discenderà, per l’una o per l’altra forza politica, qualche vantaggio elettorale. Un’altra parte servirà come contropartita per accrescere l’intervento pubblico nell’economia. Infine, la parte che, in assenza di contropartite e altri frutti avvelenati, potrebbe ridare immediatamente slancio al sistema delle imprese tarderà molto ad arrivare a causa dell’inefficienza dell’Amministrazione pubblica. Forse, quando fra qualche anno sarà possibile fare un bilancio, si scoprirà che la ripresa economica, che oggi auspichiamo, sarà stata resa possibile soprattutto dalla capacità delle imprese, o di una parte di esse, di ristrutturarsi autonomamente riprendendo forza e slancio. A dispetto dei santi».

Foto Ansa

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