QUANTO è TRENDY IL LIBRO PER UCCIDERE BUSH

Di Bottarelli Mauro
16 Settembre 2004
Questo libro mi sarebbe costato la galera in molti paesi.

«Questo libro mi sarebbe costato la galera in molti paesi. Il fatto di averlo potuto pubblicare dimostra che gli Stati Uniti sono una nazione in cui vale la pena vivere». Excusatio non petita accusatio manifesta, dicevano gli antichi e nel caso di Nicholson Baker questo adagio sembra calzare a pennello. Già, perché questo 47enne scrittore del New England dal talento non esattamente cristallino ma dall’ego in versione blockbuster ha scatenato le ire di molti critici con la sua ultima fatica, “Checkpoint”, libretto di 115 pagine incentrate sul dialogo torrenziale e assurdo tra due adolescenti americani, Jay e Ben, il primo dei quali sta pianificando di uccidere George W. Bush. La strategia da “lancia il sasso e nascondi la mano” emerge da subito, appena lette le prime cinque pagine: se infatti i contenuti riguardanti la preparazione e l’operatività del progetto sono smaccatamente comici e demenziali (le opzioni scelte dal giovane killer per portare a termine la sua missione sono infatti un enorme masso di uranio impoverito da gettare contro l’obiettivo, delle seghe elettriche volanti radiocomandate e dei proiettili fatti in casa con un sistema di riconoscimento del viso), le motivazioni addotte dal protagonista a giustificazione del suo gesto sono tutt’altro che paradossali. Nel libro, infatti, Jay dice a chiare lettere che «ucciderlo significa salvare migliaia di vite innocenti. Bisogna colpire un unico colpevole, affinché si possano prevenire altri bagni di sangue per l’umanità». Di formazione quacchera, anti-abortista e borderline pacifist, per rendere ancora più chiaro il fatto che, semmai il suo pamphlet capitasse in mani sbagliate, lui non si sentirebbe affatto moralmente responsabile, Baker cita il caso di John Hinckley, l’attentatore di Ronald Reagan nella cui stanza fu trovata una copia del “Giovane Holden”: «Qualcuno ha forse reclamato la correità di Salinger nel gesto?». Non importa che il buon J.D. non avesse dedicato le pagine del suo libro a un’attenta valutazione di tutti i modi possibili per uccidere Reagan, a detta di Baker questo è sufficiente per poter dire che «quanto ho scritto è pura fiction, non è un trattato politico ma una risposta emozionale. In me non esiste un solo atomo di odio per Bush, anzi c’è una certa empatia». Stentando a prefigurare un possibile scenario pubblicistico che contemplasse la presenza in Baker anche di un solo micron di risentimento verso la Casa Bianca, la maldestra autodifesa del simpatico quacchero appare chiara quando afferma: «Nel libro mi sento molto più rappresentato da Ben, l’amico di Jay che lo ascolta e cerca di distoglierlo dalla sua missione». Ora, a parte che anche Ben è un totale e feroce oppositore politico di Bush e dei Repubblicani, lascia quantomeno storditi il fatto che il miglior argomento trovato dal comprimario per redimere il socio sia il fatto che ammazzando Bush andrebbe al potere Dick Cheney, che quindi andrebbe a sua volta ucciso e così via all’infinito secondo l’adagio molto radical del “son tutti uguali, son tutti ladri”. La sindrome dello stupid white man non smette davvero di mietere vittime.

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