Quei cattolici tutti “Giulietto e Chiesa”
Come mai gli amici della Chiesa di Giovanni Paolo II si trovano sempre più nel mondo dei movimenti piuttosto che nelle reliquie delle tradizionali organizzazioni cattoliche? Come si spiega che mentre sui giornali laici c’è gente come Giuliano Ferrara che trasforma in casi giornalistici gli interventi di teologi e cardinali, nelle chiese e sui banchetti della cosiddetta “buona stampa” circolano quasi soltanto facezie clericali e fogli grondanti ideologia vetero-comunista? Com’è che, mentre personalità come l’ebreo Weiler o il “post-comunista” Barbera chiedono l’inserimento delle radici cristiane nella Costituzione europea, la cosiddetta “buona stampa” cattolica sembra più appassionata all’antiamericanismo apocalittico di Savonarola Zanotelli o al baffo saddamita di Giulietto Chiesa? Com’è che a intellettuali laici tipo Roversi Monaco, schierati a difesa di un’idea di scuola pubblica così come viene presentata nella dottrina sociale della Chiesa, fanno da contraltare i lamenti dei bigotti rosybindiani al carro della Cgil nei cortei anti-Moratti?
Un’istruttiva risposta viene da una ricerca sociologica sulle opinioni e gli orientamenti culturali di un certa élite cattolica italiana. La quale, dicono i risultati di questa ricerca, sarebbe composta da irriducibili statalisti e da fieri avversari della dottrina sociale, pronti a “sconfessare” le encicliche del Papa e a fare i “disobbedienti” sulle indicazioni della gerarchia ecclesiastica. Nella ricerca, condotta dai sociologi della religione Luca Diotallevi e Roberto Cipriani, sono stati intervistati 700 appartenenti al Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale, Meic, il ramo colto dell’Azione Cattolica; 296 iscritti all’Istituto di Scienze Religiose di Padova; 100 studenti della Federazione Universitaria Cattolica Italiana, Fuci; 61 studenti, seminaristi e novizi, dell’Istituto Teologico di Assisi. Ebbene, interrogati su politica ed economia, la grandissima parte di loro manifesta un orientamento marcatamente statalista: il 44 per cento ritiene che lo Stato dovrebbe dare a tutti un posto di lavoro; il 48 per cento ritiene che il mercato del lavoro dovrebbe essere reso più rigido e meno flessibile; in numero elevatissimo vogliono che lo Stato abbia il controllo delle imprese più importanti. Ma le sorprese non finiscono qui. L’antiliberismo dichiarato diventa addirittura antagonista nei confronti dei vescovi sul problema del monopolio statale nei campi della scuola e della sanità. Il 72 per cento degli intellettuali cattolici intervistati (in buona parte essi stessi insegnanti) chiedono una presenza dello Stato ancora più marcata ed estesa di quella attuale. Mentre solo il 18 per cento pensa che ci voglia un’offerta educativa più libera, diversificata e competitiva.
«Poco male» dice a Tempi l’onorevole Maurizio Lupi, militante cattolico e parlamentare forzista, «vi sembra che il cattolicesimo progressista riempia le chiese e aggiunga qualcosa alle barzellette di Franco Caruso»?
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!