Quel che resta dei catto-comunisti. E affittopoli in carcere

Di Tempi
27 Ottobre 2000
Caro direttore, lunga vita, come si dice, a Massimo Caprara perché continui a farci pensare (e a deliziarci) con altri scritti come "Paesaggi con Figure" - Edizioni Ares - che tu ben conosci avendolo presentato al Meeting di Rimini

Caro direttore,
lunga vita, come si dice, a Massimo Caprara perché continui a farci pensare (e a deliziarci) con altri scritti come “Paesaggi con Figure” – Edizioni Ares – che tu ben conosci avendolo presentato al Meeting di Rimini. Il libro è infatti storia – e che storia – trattata in modo rigoroso ma piacevole. Vent’anni a fianco di Palmiro Togliatti – dal 1944 al 1964 – hanno consentito a Caprara di conoscere da vicino grandi protagonisti della storia d’Italia e del mondo (Togliatti, appunto, Stalin, Giorgio Amendola, Che Guevara, Nenni, Moro, Berlinguer) che ricorda con profili umani e politici nel libro. Eppure, caro direttore, nonostante i nomi che ho fatto, per me il profilo più interessante e attuale è quello di un singolare sacerdote lucano, don Giuseppe De Luca. Umanista e grande storico delle realizzazioni sul terreno sociale della pietà e della religiosità popolare, don De Luca è morto nel 1962, col conforto di Giovanni XXIII, che lo voleva nominare cardinale e direttore della Biblioteca Vaticana. Massimo Caprara conobbe don De Luca a Roma, la notte di Natale del 1944, in casa di Franco Rodano (allora leader dei cattolici “comunisti”) ove il sacerdote incontrò, insieme al cardinale Ottaviani (pro-prefetto della congregazione del S. Uffizio), il segretario del PCI Togliatti, che era accompagnato dalla moglie (e membro della direzione del partito) Rita Montagnana e dall’autore, suo segretario. Il racconto fatto da Massimo Caprara delle cose dette da don De Luca quella notte (ecco la ragione della mia preferenza) credo che valga più di tanti saggi a rendere evidenti quali siano state e siano le ragioni per le quali tanti politici e molti intellettuali cattolici, dal 1943 ad oggi, hanno militato nel PCI o nei partiti post-comunisti; o si siano impegnati sistematicamente per un’alleanza organica tra cattolici e comunisti e tra cattolici e post-comunisti. Mi riferisco a uomini e donne quali Franco Rodano, la moglie Marisa, Ada Alesandrini, Giuseppe Dossetti, Luciano Barca, Mario Melloni, Ugo Bartesaghi, Giuseppe Chiarante, Lucio Magri, Raniero La Valle, Piero Pratesi, Lidia Menapace, Ermanno Gorrieri, Pierre Carniti, Livio Labor, Mario Gozzini, Paola Gaiotti, l’ex presidente delle Acli Passuello, Rosy Bindi, Rosa Russo Jervolino. La connessione profonda tra don Giuseppe De Luca e quegli uomini e donne era ed è data dalla radicale avversione (con punte di paranoia) dell’uno e degli altri al pensiero liberale, al sistema capitalistico e alla borghesia, resa con grande efficacia dalle affermazioni fatte in quella lontana notte da don De Luca e riferite da Massimo Caprara. Don De Luca disse di essere schierato con quella corrente vaticana (che gli storici chiamano “il partito romano” ispirato da mons. Ronca) contraria all’unità politica dei cattolici nella DC e favorevole a una pluralità di partiti di ispirazione cristiana. Per cui – aggiunse don De Luca – egli guardava con grande interesse anche ai “cattolici comunisti” di Franco Rodano, che tuttavia, a suo giudizio, avrebbero legittimato la loro esistenza come formazione politica solo a condizione che, in quanto comunisti, restassero all’opposizione della società “che noi e voi – sottolineò rivolto agli interlocutori comunisti e a Franco Rodano – definiamo capitalista. O più semplicemente liberal-borghese”. Questo perché – volle precisare don De Luca – “la borghesia è la tentazione dell’uomo mediocre e anfibio, è la Circe onnicangiante. Abbassò l’aristocrazia ieri, alza il popolo oggi; ma l’una e l’altro insudicia e trasforma in animali. La borghesia di sua natura è mezzana”. Così che per lui, una volta identificati nel liberalismo e nella borghesia i nemici da battere, chiunque li avesse combattuti e li combattesse con determinazione sarebbe stato e diventerebbe l’alleato naturale dei veri cattolici. E per dare maggiore forza alle sue idee Caprara scrive che don De Luca, “indicandolo a dito”, disse di “rispettare Togliatti” perché in Spagna nel 1936, “lui rappresentante del Komintern” scrisse che “l’ideologia laicista e anticlericale era contraria alla Rivoluzione. Provocava infatti una spaccatura verticale fra il popolo, mentre sarebbe stata necessaria una spaccatura orizzontale che dividesse i ricchi dai poveri e i non credenti dai credenti”. Un giudizio che in Togliatti era rigorosamente politico ma che in don De Luca diventava ideologico, pseudo-morale e pseudo-religioso; collocato fuori dalla storia, forse anche per poter prescindere dall’esprimersi sul ruolo insanguinato di proconsole di Stalin svolto da Togliatti in Spagna. Caro direttore, è dunque in quella inqualificabile mistura di rozzo sociologismo (secondo don De Luca “le classi naturali dell’uomo civile sono due, i patrizi e il popolo innumerevole”), di settarismo gnostico comunisteggiante e di odio antimoderno e reazionario per la borghesia che hanno avuto e hanno radice le scelte a favore dei comunisti e dei post-comunisti dei personaggi che ho prima ricordato, ma – a me sembra – con una differenza tra quelli di ieri e quelli di oggi: molti di quelli di ieri, prima di passare alle invettive contro il liberalismo e contro i borghesi si sono sforzati di dare un motivo razionale alle loro scelte. Quelli di oggi si limitano, invece, a scaricare la propria bile sui bersagli del loro odio. E se non credi che sia come dico procurati, da “Radio Radicale”, gli interventi di Rosy Bindi e di Rosa Russo Jervolino all’ultimo convegno cultural-politico dell’Ulivo che si è svolto a fine settembre in Toscana.
Cordialmente
Nicola Guiso, Roma

Al tempo della migliore Dc, noi non c’eravamo. Guiso, sardo verace e cattolico popolare, era già un valente giornalista del Popolo, cronista parlamentare. Grazie Nicola, menzos a tene e a izzos tuos.

No, caro direttore,
non mi fraintendere, non è che uno di questi giudici a giornata abbia deciso di farsi un po’ di pubblicità arrestando qualche profittatore che affitta “in nero” a prezzi esosi quelle stamberghe dove si ammassano estracomunitari e clandestini o magari, mirando più in alto, se la sia presa con qualcuno dei tanti politicanti, sindacalisti e intrallazzatori vari che si sono fatti assegnare a prezzi popolari lussuosi attici o prestigiosi appartamenti in palazzi di proprietà di enti pubblici e assistenziali. L’ho già detto, la galera non si augura a nessuno, e poi non mi hanno mai convinto la stupefacente tempestività e le coincidenze di certe campagne di moralizzazione a senso unico – di cui alla fine siamo comunque noi detenuti a farne le spese, come è successo anche per quelle polemiche che hanno bloccato ogni ipotesi amnistia, col pretesto che avrebbe forse potuto favorire qualcuno degli ultimi imputati di Tangentopoli… Solo che mi è appena stata consegnata la “busta paga” per aver lavorato come porta vitto nei giorni festivi del mese di agosto, e più ancora che la constatazione che le quattro domeniche e il giorno di ferragosto sono misteriosamente diventati due giorni festivi e un giorno ordinario, quello che mi sconcerta è che dal modesto compenso lordo di 206.000 lire mi siano state trattenute, oltre all’IRPEF e ai contributi previdenziali, anche 67.160 lire come addebito per quote di mantenimento. Visto che la sbobba è facoltativa, oltre che essere spesso scarsa e immangiabile e, specie nei giorni festivi, quando c’è il pasto unico, nessuno la prende, le spese che mi hanno addebitato devono essere certamente per l’affitto di una di queste celle di metri 3,20 x 1,90 – eventualmente in coabitazione… Facendo un semplice conto, da geometra, sui metri quadri e l’affitto riferito ad un intero mese, e confrontandolo con le tabelle pubblicate dal Sole 24Ore (l’abbonamento è venuto a proposito!), le nostre celle sembra proprio che vengano valutate come appartamenti in zone centrali e di lusso, e nemmeno ad equo canone! Va bene che questo qui di Livorno è uno dei famosi “carceri d’oro”, e i lussi bisogna pur pagarseli, ma che vengano a cercare proprio noi invece che i vecchi ministri ladroni e corrotti non so se è poi così giusto… E qualcuno potrebbe magari immaginare che a un affitto tanto alto corrispondano chissà quali servizi che ci vengono forniti: ma considerando che l’acqua corrente ce l’abbiamo in abbondanza, dal soffitto e lungo le pareti, solo quando piove, e il riscaldamento solare funziona egregiamente solo da giugno a settembre, mentre l’aria condizionata dipende dalle disastrose condizioni degli infissi, che non chiudono, mi pare allora che il prezzo resti un po’ eccessivo. Certo, la sorveglianza, questa sì, è onnipresente e continua, e anche ossessiva, e poi le porte blindate, i cancelli, le finestre antiscasso: come nelle residenze dei vip – ma si tratta di optional non richiesti e dei quali faremmo pure volentieri a meno… Ancora una volta allora, anche con questa storia degli “affitti”, il carcere si dimostra così specchio fedele della società: un misto di privilegi, assurdità e prevaricazioni, il tutto debitamente stabilito da circolari, decreti, disposizioni ufficiali… E tra bassi interessi e complicità neanche tanto segrete, le stesse 67.160 lire al mese qui le paga il poveraccio, magari estracomunitario, che lavora ogni tanto una settimana a metà paga, e i soliti beniamini della direzione e del maresciallo che si prendono la mercede intera ogni mese, più di un milione… Ma su questo non ci sarà mai Mani Pulite! Quanto a me, chi se frega… e un bello sfratto, magari per morosità, non mi dispiacerebbe!
Dalla sezione di massima sorveglianza del carcere di Livorno, 12.10.2000
Mario Tuti

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