Quel pasticciaccio brutto di via Quaranta

Di Emanuele Boffi
29 Settembre 2005
ECCO ALTRI PARTICOLARI INEDITI SULLA VICENDA DELLA MADRASSA CHIUSA A MILANO. E DEL PERCHE' I SUOI RESPONSABILI, ALDILA' DELLE PAROLE, NON SONO INTERLOCUTORI AFFIDABILI

Il punto di partenza da cui occorrerebbe avviare la discussione è che la scuola di via Quaranta a Milano non è una scuola. Di qui l’ovvia conseguenza che, preso atto della situazione, occorrerebbe escogitare soluzioni praticabili per far rientrare nella legalità i quattrocento bambini che finora hanno evaso l’obbligo scolastico. Come ha spiegato il prefetto di Milano Bruno Ferrante: «Indietro non si torna. Quella scuola è fuorilegge. L’abbiamo già detto ai responsabili della scuola al primo incontro avvenuto in prefettura. L’istituto di via Quaranta è illegale non solo perché non risponde ai requisiti richiesti dall’edilizia scolastica ma lo è pure come istituto scolastico, non rispettando i parametri e le richieste della legislazione italiana». Eppure, se a parole la vicenda sta assumendo contorni meno nebulosi, nei fatti è ancora l’indecisione e l’ambiguità di certi atteggiamenti a evitare che dal condizionale delle intenzioni si passi all’indicativo delle azioni. Il problema è che il perno attorno cui dovrebbe ruotare il dibattito (sintetizzabile con le parole dell’assessore all’Infanzia del Comune di Milano, Bruno Simini, a Tempi: «Abbiamo chiuso via Quaranta non perché era una scuola ma perché non lo era») è continuamente sviato, scardinato e divelto dalla prassi adottata dai responsabili del Centro Fajr (promotori della scuola di via Quaranta), da certi ambienti della sinistra milanese e, infine, forse per la pressione mediatica cui è sottoposta tutta la vicenda, anche dai tentennamenti delle massime autorità della direzione scolastica regionale. A Tempi Khaled Fouad Allam, docente di Sociologia del mondo musulmano all’Università di Trieste ed editorialista di Repubblica, sbuffa la propria insofferenza: «è folle proseguire su questa strada d’incertezza. Il dialogo è il succo della politica, ma solo all’interno di una logica di legalità. Al di fuori di essa non vi può essere alcuna trattativa. Evitare di chiamare le cose con il loro nome non porterà ad altro esito se non a una disastrosa e immediata educazione errata di quattrocento bambini. E, sul lungo termine, la creazione di un precedente metodologico devastante per i nostri rapporti di integrazione col mondo musulmano».
I contorni della vicenda sono stati illustrati da questo settimanale nel numero precedente (cfr. Tempi n. 39). Va detto, per onor di cronaca, che sia il responsabile dell’istituto islamico di viale Jenner, Abdel Hamid Shaari, sia il ‘preside’ del centro di via Quaranta, Aly Sharif, hanno in diverse occasioni dichiarato la propria disponibilità a convincere i genitori dei bambini ad iscrivere i figli alla scuola pubblica italiana o a trovare forme d’istruzione consentite dalla nostra Costituzione (istruzione paterna e richiesta di creare una scuola parificata). Tali intenzioni sono però smentite da una serie di atteggiamenti e richieste fatte alle autorità scolastiche italiane che Tempi è stato in grado di verificare, pur non essendone stata data notizia su altri organi di stampa.

LA LETTERA SOLO IN ARABO
Domenica 18 settembre erano stati convocati nella scuola Einstein 211 genitori. Il direttore scolastico regionale, Mario Dutto, e il provveditore di Milano, Antonio Zenga, avevano illustrato loro le possibilità che l’ordinamento scolastico italiano prevede per la corretta educazione dei minori. Ai presenti in sala all’entrata è stato consegnato dalle autorità un promemoria, in arabo e in italiano, in cui si ribadiva per iscritto ciò che poi sarebbe stato spiegato a voce. I responsabili di via Quaranta hanno però anche volantinato un foglio – scritto solo in arabo – ai genitori in cui si può leggere: «Il Prefetto ha assicurato ai genitori il loro diritto di scegliere come istruire i loro figli come segue: 1. iscriverli nelle scuole statali dove sarà insegnata anche la lingua araba. 2. continuare l’insegnamento elementare in classi che seguano i due programmi arabo e italiano – come avviene attualmente nella scuola araba Fajr – ma in un altro luogo adatto a contenere tutti gli studenti secondo le caratteristiche da osservare secondo la legge italiana in materia di scuola. Il Prefetto ha promesso, in caso i genitori scegliessero la seconda opzione – cioè continuare con i due programmi – di impegnarsi immediatamente con i responsabili del Comune e della Provincia di Milano nei giorni di lunedì e martedì prossimi a trovare un immobile adatto a contenere gli studenti per incominciare subito la scuola. (…) Per questi motivi chiediamo a tutti i genitori presenti di esprimere i loro desideri nei moduli che troveranno a disposizione durante l’incontro». Firmato: «La Direzione della Scuola Araba Fajr, Aly Sharif».
Il punto 2 è perlomeno fuorviante. Si fa credere ai genitori di aver già concluso un fantomatico accordo col Prefetto per «trovare un immobile adatto a contenere gli studenti per incominciare subito la scuola». Martedì 20 settembre Aly Sharif in compagnia dell’insegnante in pensione Lidia Acerboni che da quattro anni collabora con la madrassa, hanno – pur non avendone alcun titolo – sottoposto al Prefetto le loro condizioni: eventuale inserimento di una trentina di ragazzi nelle scuole statali (e questo in contraddizione col punto 1 della lettera succitata), istruzione paterna per i bambini delle elementari da tenersi in un luogo gestito ancora dai responsabili di via Quaranta, nessun dialogo per i bambini della scuola materna, per i quali non esistel’obbligo scolastico. D’altronde lo stesso Aly Sharif, in una lettera aperta (‘Sede provvisoria per la scuola araba. Poi la parità’, Corriere della Sera, 18 settembre) aveva espresso queste stesse richieste, dichiarandosi aperto ad una collaborazione, ma declassificando il problema a mera questione logistica («Siamo pronti a fare i lavori necessari» per rendere agibile la scuola). Della doppia tonalità del ‘preside’ si dev’essere accorto anche il quotidiano Repubblica che, in un commento non firmato (‘Le parole inutili’, 24 settembre) sulla prima pagina dell’edizione milanese, scrive: «Fatti non parole. Non convincono le parole pronunciate ieri dal direttore della scuola islamica. Quando Aly Sharif dice di essere pronto a collaborare ma chiede ancora una volta di restare nella sede di via Quaranta dimostra di non volere vedere l’unico punto fermo di una questione che si trascina da troppo tempo (…). Il punto è che la scuola di via Quaranta non può riaprire. L’unica strada possibile è quella indicata dal Prefetto e dal provveditorato». Che Sharif sguazzi nell’ambiguità e che tenda a ogni piè sospinto a cambiare discorso è testimoniato anche da una sua dichiarazione al settimanale Vita (‘Via Quaranta o via zero?’, 19 settembre) in cui esprime il proprio sogno di creare «una scuola per traduttori rivolta ad arabi e italiani. Vi immaginate quanto sarebbe importante anche dal punto di vista della sicurezza se sempre più italiani conoscessero la nostra lingua? Inshallah, che sia così».

CHI SONO QUESTI BAMBINI?
Al momento in cui questo giornale va in stampa sono 36 le famiglie che hanno iscritto i propri figli negli istituti pubblici italiani. Altre 45, in un’assemblea riservata sabato 24 settembre, hanno espresso la medesima indicazione. Un’ottantina di famiglie, dunque, escono da via Quaranta. Il risultato non è entusiasmante, anche se segna un primo punto a favore delle autorità scolastiche che hanno avuto non poche difficoltà a contattare direttamente i genitori bypassando i responsabili del centro Fajr. Infatti, aldilà delle dichiarazioni di collaborazione, i funzionari del Provveditorato hanno ricevuto da Aly Sharif solo mercoledì 14 settembre – una settimana dopo la chiusura della madrassa – una prima lista degli studenti che frequentavano l’istituto. Più volte il provveditorato aveva sollecitato il centro Fajr ad inviare i nominativi degli studenti e i loro recapiti. Ma, prima, si erano visti riconsegnare liste con i soli indirizzi senza i nomi e, poi, solo il 14 settembre, cataloghi con alcuni nominativi. Che gli elenchi fossero incompleti è stato confermato dal fatto che all’incontro all’Einstein hanno partecipato e lasciato il proprio recapito anche genitori di bambini che non comparivano nelle suddette liste. Il Provveditorato ha dunque spedito personalmente a casa di ogni famiglia una lettera spiegando – per l’ennesima volta – cosa «prevede la normativa italiana per assicurare agli alunni il diritto-dovere dell’istruzione». Fonti interne al provveditorato rivelano che «di lettere ne abbiamo inviate circa 300 e pensiamo che gli alunni fossero circa 400 (molte famiglie hanno più fratelli frequentanti la madrassa), ma sui numeri vige ancora un po’ d’incertezza e forse qualcuno non è stato ancora raggiunto».

NELLA SCUOLA PUBBLICA
In Lombardia circa 20 mila studenti arabofoni frequentano le scuole pubbliche italiane. Di questi, 4403 sono nella provincia di Milano. A loro è garantito l’insegnamento della lingua italiana attraverso specifici gruppi di studio secondo l’età e le modalità di apprendimento. A chi ne fa richiesta è garantito l’utilizzo di alcune ore settimanali per il mantenimento della conoscenza della lingua araba sia in orario scolastico sia extrascolastico. Da anni, inoltre, gli istituti milanesi hanno adeguato i propri menù per aiutare nell’inserimento i ragazzi anche sotto il profilo alimentare ed esistono finanziamenti cui le scuole possono attingere per supportare economicamente le richieste delle famiglie. Maria Matilde Merli, preside dell’istituto Heine, racconta a Tempi che «dal 2001 al 2004, su richiesta della Direzione regionale, abbiamo avviato dei laboratori di italiano per i ragazzi provenienti da via Quaranta. Si tenevano due volte la settimana, ogni pomeriggio per quattro gruppi di dodici adolescenti, delle lezioni per aiutarli nell’apprendimento della nostra lingua. I ragazzi non erano divisi per età ma per competenza». Per quanto riguarda il futuro, la preside si limita a dire che «quest’anno il progetto non è stato rinnovato, almeno per quel che riguarda la mia scuola». E rispetto alla confusione attuale Merli si limita a considerarla «un vero pandemonio».

LA RICHIESTA DI PARITA’
Il procuratore della Repubblica presso il Tribunale del minori, Giovanni Ingrascì, ha detto a Radio Padania che uno dei motivi per cui non è intervenuto è stato che «da via Quaranta avevano chiesto la parificazione». La notizia è falsa, come dicono a Tempi fonti interne al ministero dell’Educazione «cui non è mai arrivata la documentazione necessaria per l’avvio dell’iter burocratico». Il motivo è facilmente comprensibile. Per richiedere la parità, da via Quaranta dovrebbero attendere i mesi di marzo e aprile 2006, ottenere il via libera dal ministero e quindi iniziare a settembre con una classe di prima elementare. Questo significa che, per gli attuali ‘studenti’, bisognerebbe trovare, in qualunque caso, un’altra soluzione.
V’è, inoltre, un aspetto della vicenda di via Quaranta forse ovvio ma che è bene sottolineare al fine di evitare ulteriore confusione. I responsabili del Centro Fajr hanno in un primo momento paventato l’ipotesi di voler chiedere la parificazione del proprio istituto. Questo settimanale – che da anni conduce battaglie in nome della libertà di educazione e in difesa delle scuole paritarie – non ha alcun rilievo da fare a tale richiesta, del tutto legittima, purché rispetti quelle norme che tutte le scuole paritarie – cattoliche o ebraiche o quant’altro siano – rispettano da anni (cfr. box a fondo pagina).

L’ISTRUZIONE PATERNA
Circa quattro anni fa, dopo un decennio di apnea, non tutti ma solo alcuni genitori di via Quaranta iniziarono a chiedere l’istruzione paterna. L’istruzione paterna è una forma educativa garantita dalla nostra Costituzione secondo cui il genitore si accolla l’onere dell’educazione del minore. Tale scelta sottostà a tutta una serie di vincoli come, anche recentemente (20 giugno 2005), è stato ricordato da una circolare interna del ministero dell’Educazione. Fra gli altri obblighi, chi si avvale di tale possibilità deve «al termine di ogni anno scolastico sostenere esami di idoneità ai fini della prosecuzione dell’iter scolastico», anche nel caso desideri poi trasferirsi in «una scuola non appartenente al sistema nazionale di istruzione». La legge stabilisce che i genitori debbano «dimostrare la capacità tecnica o economica» per assolvere a questo diritto-dovere e «darne comunicazione anno per anno (non vale l’una tantum, ndr) alle autorità competenti». Affinché tutto ciò quindi possa essere verificato il ministero si riserva di «disporre verifiche in ordine alla capacità non solo economica ma anche tecnica dei richiedenti» e obbliga tutti a «sostenere esami di idoneità per il passaggio alla classe successiva indipendentemente dalla circostanza che gli studi vengano proseguiti privatamente o presso una scuola del sistema nazionale». Queste norme erano rispettate dai genitori di via Quaranta? A quel che si sa, solo un gruppetto di studenti, su scelta volontaria, ha sostenuto gli esami nelle scuole statali vicine a via Quaranta. Controlli sulle «capacità tecniche ed economiche» dei genitori non sono mai stati fatti.
Si è anche sostenuto, da parte dei responsabili del Centro Fajr che – poiché molti genitori dovevano tornare nel paese d’origine – i ragazzi avrebbero sostenuto un esame di idoneità presso il consolato egiziano. Ma, anche in questo caso, va precisato che tale esame, volontario e sulla base del programma scolastico egiziano, è personale e non dà diritto ad un titolo di riconoscimento spendibile nel nostro paese. Da ultimo, come ha rivelato Paolo Branca, docente di islamistica in Cattolica e collaboratore di via Quaranta, «solo il 5 per cento delle famiglie sono tornate nel paese d’origine». Dal consolato egiziano non è giunto finora alcun avvallo né sostegno al Centro Fajr di via Quaranta.

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