QUEL “PURTROPPO” CHE L’UNITA’ PENSA E NON SCRIVE
Grazie per l’articolo di Caterina Giojelli e le relative considerazioni sulla Cina non in linea con la grande corsa agli affari con Pechino. Non ho ben capito però una cosa: quali sono le fonti delle vostre informazioni?
Anna Schiavone, via Internet
AA.VV., “Il libro nero della Cina”, ed. Guerini e associati, pp. 192
Bernardo Cervellera, “Missione Cina”, ed. Ancora, pp. 188
Da qualche tempo l’Unità sembra anche un giornale di informazione, oltre che l’organo di Marco Travaglio e il clavicembalo di Enzo Biagi. Dopo il titolo da segreteria Ds allegramente sbertucciato dal vostro Gianluigi Da Rold, non vi sembra una bella novità, il giorno dopo il voto di massa in Irak, il titolo e occhiello di prima pagina “Iraq, votano in massa gli sciiti. L’Ayatollah Al Sistani è il vincitore. Gli ultimi attentati non hanno fermato il 60 per cento degli elettori iracheni”?
Luigi Borlenghi, via Internet
Sì, è notevole l’assenza di un “purtroppo” dopo la virgola, prima del verbo essere e dopo il verbo avere. Però, visto il seguito nei commenti, anche l’avverbio tristanzuolo ci stava.
«Rabbi Akiva, uno dei più importanti rabbini della storia ebraica, insegnava che Hashem – il Nome, come viene denominato il Signore – nasconde la Sua santità nelle cose che ci circondano. Anche se non possiamo vederla, essa c’è. è nostro compito guardare nella profondità delle cose, per trovare questa santità e rivelarla. Per tutta la sua vita Rabbi Akiva insegnò agli altri come guardare le cose in profondità, oltre ciò che gli occhi non possono vedere» (tratto dalla mailing di Mamash.it di Rav Shlomo Bekhor).
è stata una settimana intensa di ricordi: gli ebrei di tutto il mondo si sono uniti in un sol respiro nella propria memoria collettiva e con loro tutte le persone che non dimenticheranno mai, tutti coloro che per coscienza, per coraggio o per saggezza hanno voluto dire “Mai più”. Le immagini di numeri tatuati su un braccio, di mucchi di corpi bruciati, di uomini e donne senza luce negli occhi si susseguivano sugli schermi e nei giornali, per ricordarci che non bisogna smettere nemmeno per un attimo di cercare quella santità, di anelare ad essa. è un dovere cercarla nelle cose che ci circondano, insegnare il modo per imparare a vederla, trasmettere l’esigenza di trovarla. Sono passati sessant’anni e ancora si incita alla morte e all’odio. Sono passati sessanta lunghi anni e nessuno è ancora riuscito a spiegarsi cosa sia accaduto nella mente di esseri umani apparentemente simili a tutti gli altri. è urgente infondere il desiderio di santità, la gratitudine per il creato, per tutto il ben di D-o che ci è stato destinato.
è un ordine e oggi è attuale più che mai: dobbiamo imparare a ringraziare, a sforzarci di completare la Sua opera e a difenderla dalla distruzione, da tutti coloro che non sono in grado di vedere al di fuori di se stessi, da tutti coloro che non sanno capire il valore della vita. Dobbiamo inventare il modo di parlare ai cuori, di scuotere le menti assopite, insegnare a guardare il mondo che ci circonda in profondità, a dare un valore ai suoni, agli odori, ai colori, a rivalutare i sentimenti, i sogni dell’uomo, la fantasia, ricordare in ogni attimo della nostra vita che siamo qui per una missione e se ancora non abbiamo scoperto quale sia la sua natura guardiamoci intorno e cerchiamo di ascoltare, di vedere oltre. Etty Hillsum, la giovane ebrea olandese morta ad Auschwitz nel 1943 scrisse nel suo diario: «D-o, vedi come ti tratto bene. Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino, in questa mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato». Se una donna a cui è stato negato il diritto di vivere normalmente, se persone a cui è stato sottratto tutto, anche la propria famiglia, se un intero popolo si è risollevato da tutto il dolore del mondo restituendo a se stesso una dignità e una casa senza smettere nemmeno per un attimo di cercare la santità nelle cose, tutti possono e hanno il dovere di farlo.
Angelica Calò Livné, Kibbutz Sasa, Alta Galilea, Israele
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