QUEL RAGAZZO SULLE CIME
«Per Natale mia figlia mi ha regalato i ritagli di Tempi riguardanti l’incanto del cielo immenso e la storia di un ragazzo di montagna che se ne era innamorato. E mai regalo natalizio mi provocò una così intensa emozione. La lettura dei due pezzi mi ha riportato acutamente ai giorni estivi in cui, nella prima metà degli anni Cinquanta, era stato donato a mio fratello e a me il privilegio di godere di quell’immensità del cielo insieme a Arturo Brunet e a Saverio Scalet, due ragazzi che sognavano di diventare guide e che nel frattempo salivano sulle vette delle Pale di San Martino come se fossero le scale di casa. Ma la meraviglia che destavano in me, coetaneo “cittadino”, non era la loro abilità alpinistica di rocciatori d’istinto, quanto la serenità che esprimevano nel salire, e la felicità che provavano nel giocare con il vuoto e nel vincere gli strapiombi. Era una felicità primitiva, una gioia da paradiso terrestre. Giunti in vetta, sembrava perfino che cambiassero colore i loro ed i nostri occhi, invasi com’erano dall’azzurro dell’immenso e dell’infinito. Questo stato di felicità si riaccendeva di nuovo quando, tornati a valle, lo sguardo riusciva a catturare dal paese il fuoco del tramonto sulle torri e le crode di dolomia. Arturo e Saverio nell’agosto del ‘54 idearono una nuova via, in una delle torri della Cima Canali. Conoscevano a menadito la Torre Serena, la “via dell’impossibile” e lo Spigolo Giallo della Fradusta. Sognavano una nuova impresa, che realizzarono il 22 agosto. La sera, al loro ritorno, chiesi a chi avevano intitolato la nuova salita. Suggerii di dedicarla ad Alcide De Gasperi, morto tre giorni prima. Fu così che la “prima” ebbe il nome di Torre De Gasperi.
Quel ragazzo che giostrava sulla corda sopra l’abisso, non potè diventare guida. Alla Cima Vergine, un’altra immensità gli tolse la vita. L’amico invece fu tragicamente abbattuto, già uomo maturo, dalle asprezze della quotidianità. Per entrambi, dall’immensità luminosa del cielo, di cui si inebriavano, all’immensità tenebrosa della morte. Ma ci piace ricordarli com’erano in montagna: felici».
Arnaldo Ferragni, Milano.
Ma non può essere, la morte, un’immensità così tenebrosa. Altrimenti il suo amico si sarebbe ingannato, ingannevole la sua gioia, lassù su quelle cime. Mentre uomini così non si ingannano, e non ingannano gli amici. Grazie di questa bellissima lettera.
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