Quel sempre fresco vecchio film di jene

Di Frangi & Stolfi
21 Giugno 2000
Senza ombrello

Le Iene, il film capolavoro di Quentin Tarantino per noi è legato a due ricordi. Il primo è la recensione memorabile che su Il sabato ne fece Aurelio Picca a fine 1992, quando il film era stato snobbato da tutti e aveva dovuto uscire in una seconda edizione con un titolo cambiato (il primo era Cani da rapina, che traduceva più letteralmente l’originale Reservoir dogs). Il secondo è il furto che facemmo al blockbuster della periferia romana dove il film era arrivato ma solo per noleggio: la cassetta, con la custodia verde un po’ sbrecciata, campeggia ancora nel videoteca di uno di noi due.

L’altra settimana Italia 1 ha trasmesso in secondissima serata il film di Tarantino.

Temevamo di veder vacillare un mito sotto il peso del tempo, prigioniero di mode e di visioni passate. In una parola di ritrovarlo datato, come succede a quasi tutti i film culto o generazionali. Invece man mano che passavano i minuti e le sequenze ci siamo accorti in maniera definitiva che le Iene è davvero uno dei più grandi capolavori della storia del cinema. È un film di potenza shakesperiana, costruito con un rigore aristotelico (unità di tempo: dai titoli di testa a quelli di coda trascorre lo stesso tempo della proiezione; tutto il film, flash back, esclusi avviene in un stesso luogo, un capannone spoglio di una periferia americana). Un film dove non ci sono donne, ma solo uomini, alle prese con il precipitare drammatico degli eventi e con il montare selvaggio di odio e di disperazione.

È la storia di una rapina fallita, di un manipolo di mercenari che per sicurezza non rivelano la loro identità ma si fanno chiamare ciascuno con il nome di un colore. Tra loro c’è un infiltrato (mr. Orange, un Tim Roth da brividi), che fa crollare il piano ma che paga il fio prendendosi una pallottola in pancia. Se il piano delle Iene si sgretola, la mano di Tarantino invece è fermissima a filmarne la deriva senza una sola concessione gratuita. Non concede via di fuga: punta i riflettori su questa selvaggia dialettica tra crudeltà e grido disperato di salvezza, che segna tutti i protagonisti. E con la cinepresa scava, scava senza tirarsi indietro ma restando sempre assoluto padrone del meccanismo drammatico. Sino alla scena epica in cui mr. Blonde (Michael Madsen), sul suono di una canzone degli anni 70, attacca, danzando, la tortura del poliziotto catturato nella fuga. Su quelle note dolci e un po’ datate Tarantino spara le urla della vittima, che come muggiti di una bestia condotta al macello, rimbombano sotto le capriate del capannone. Tutto s’interrompe con i quattro colpi di pistola che, a sorpresa, mettono fine alla danza sadica di mr. Blonde. A quel punto, la musica finisce, cala il silenzio. Ed è questo silenzio, bagnato del sangue del morto e dei due feriti (il poliziotto e mr. Orange), la misura della grandezza di Tarantino. Un silenzio rotto dalle voci rauche e sfinite dei due sopravvissuti e dai loro lamenti. La tragedia, quando è vera, non è mai esagerata ma terribilmente sobria.

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