Quella strana borghesia di governo che si infiamma per l’odio di classe

Dopo il manifesto “Anche i ricchi piangano” a cura di Unione e Rifondazione Comunista, è la volta della frase «perché i ricchi si lamentano?», detta questa volta in parlamento da una fonte istituzionale, il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa. La cosa ci permette di continuare la riflessione sul risentimento, che animava quel manifesto, e queste parole. Non è una questione accademica, intellettuale. Uno dei grandi punti di debolezza del nostro paese, l’Italia, non solo rispetto agli Stati anglosassoni, ma anche agli altri grandi e piccoli paesi europei, sta nella difficoltà di comporre e far vivere una vera unità nazionale al di sopra dell’astio e della contrapposizione tra le due categorie di “ricchi” e “poveri”. Questo sentimento di avversione è stato alla base del più grande partito comunista del mondo occidentale, appunto quello italiano, rimasto potente fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.
È una contrapposizione che aveva anche basi reali: l’Italia del secondo dopoguerra era composta in gran parte da operai non certo lautamente pagati (il miracolo italiano è stato costruito anche sulla loro fatica), e da ex contadini inurbati, e spesso impoveriti in un processo di rapida proletarizzazione. Accanto a questi elementi reali, c’erano però importanti aspetti ideologici: tra i dirigenti comunisti e delle formazioni ausiliarie al Pci ci furono da subito rappresentanti di famiglie dell’alta borghesia (la stessa provenienza sociale di Padoa-Schioppa), che si collocavano contro “i ricchi” per diverse ragioni. In qualche caso erano sensi di colpa perché le famiglie d’origine si erano compromesse col fascismo, in altri c’erano ideali di radicale trasformazione sociale (spesso alimentati dagli ambienti del clero di sinistra, potente in Italia), più spesso, come nel caso dell’attuale presidente del Consiglio, era la classica posizione del “portafoglio a destra e cuore a sinistra”, con incarichi e prebende provenienti dalle grandi aziende e posizioni politiche che navigavano abilmente tra condiscendenza per quelle che ti erano amiche e anatemi contro i ricchi in generale, utili ad intrecciare alleanze con i voti e i partiti dello schieramento del “risentimento” contro la ricchezza.
Questo fatto, di essere un paese capitalista di cui la metà circa non apprezzava questo sistema economico, ma lo utilizzava per propri fini, sfruttandolo, e contemporaneamente indebolendolo, ha fragilizzato le nostre strutture economiche, e anche formative. Non puoi formare ad una vita in un paese a capitalismo liberale se non gli perdoni di produrre persone più ricche, o più di successo di te. Soprattutto, però, ha intossicato le nostre anime e le nostre menti, spezzando l’unità del paese con stigmi razzisti lanciati, oggi più ancora che ieri, dalle maggiori cariche del paese, contro chi è ritenuto di condizione “superiore”. Cavalcare l’odio di classe per conquistare e mantenere il potere: così si avvelenano le coscienze e si affonda la nazione.
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