Quelli che temono la crisi dei partiti e poi snobbano la società civile

Di Cominelli Giovanni
24 Maggio 2007

In una recente intervista al Corriere della Sera Massimo D’Alema paventa il rischio di un ritorno della crisi catastrofica dei partiti degli anni ’90. Che il sistema dei partiti sia malconcio è sotto gli occhi di tutti. Le promesse della Seconda Repubblica sono state consapevolmente tradite da una classe politica che ha pensato di attraversare il fuoco degli anni ’90 come una salamandra. Partiti di antica data con il nome cambiato e partiti di nuovo conio si assomigliano più di quanto si differenzino. Si tratta di associazioni private che hanno piegato i tre poteri classici dello Stato liberale e anche “il quarto” – quello dei mass media – ai propri interessi privati. Hanno monopolizzato l’elezione dei rappresentanti in Parlamento. Si veda la triste vicenda della legge elettorale, dalla Bicamerale alla legge Calderoli. Si sono riprodotti per partenogenesi, moltiplicando istituzioni pubbliche inutili e costose, quali decine di Province ed enti fasulli, perseguendo una lucida strategia di saccheggio del denaro pubblico. Hanno privatizzato la politica. Hanno sottomesso i mass-media. I tg fanno ogni sera tante interviste quanti sono i partiti. I giornali finanziati con denaro pubblico grondano di loro dichiarazioni, interviste, verbigerazioni.
La prepotenza monopolistica dei partiti, che si costituiscono come unico canale possibile di espressione politica, è ciò che sta creando la reazione di rigetto che neppure il bipolarismo ideologico guelfo/ghibellino è in grado di contenere. Eppure la politica esiste prima e al di fuori dei partiti. Essa significa occuparsi del bene che si ritiene comune, difendere i propri legittimi interessi privati nell’area pubblica, definire regole di convivenza, affrontare le sfide della globalizzazione e della civiltà. Questa la fanno tutti i giorni i cittadini, singoli o associati in comunità, in club, in Chiese, quando lavorano, studiano, leggono, si battono per le proprie idee. Questa politica chiede canali di espressione, non strettoie di esclusione. Tra questa politica e quella che fanno i partiti c’è conflitto crescente. D’Alema parla come intellettuale organico esponente dell’antica cultura politica togliattiana, secondo cui la società civile è politicamente muta e incivile, solo il partito le può dare la parola e la civiltà. Questo hegelo-marxismo, incrociato con il cattolicesimo politico, ha già portato al fallimento la Prima Repubblica: ora tocca alla Seconda. Senza di noi.

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