Quello che nessuna Tac potrà mai scrutare di noi, automi di carne destinati alla rottamazione
Poi un giorno, di colpo, ti senti male. Ti portano al pronto soccorso, esami, riflessi, Tac. La Tac mostra una macchiolina. Che tipo di macchiolina?, domandi. Il dottore ha un largo sorriso, non è niente, dice, solo, facciamo una risonanza magnetica.
Così cominciano a esaminarti sotto a ogni angolazione. Risonanza, radiografie, ecodoppler, ecocardiogramma. Te ne esci con le lastre in mano, contro il sole di agosto le guardi meravigliata. Sicché, questo è il tuo cervello, queste le tue ossa, oscure compagne da sempre. Il flusso del sangue che si getta nelle arterie sullo schermo è blu e viola come una galassia nascente, e fa un rumore, come di vento in una gola di montagna. Il cuore ha il ritmo monotono e possente di una pompa meccanica, eco di liquidi, come di risacca. Già, il cuore: il luogo diletto dei romantici e degli innamorati, il tenero cuore, è un fascio di nervi e muscoli tesi che si apre in oscure caverne. Così simile, ti molesta un inopportuno pensiero, ai cuori di vitello sui banchi della Esselunga. E anche poi il cervello, il nobile cervello, a guardarlo da vicino, materia tremula, pallidi meandri attorcigliati.
Carne, siamo fatti di carne, lo sai. Eppure davanti al tuo corpo sezionato e scrutato dalle macchine ti prende un muto sbalordimento. Materia sembriamo in quelle immagini oggettive e precise sugli schermi dei computer, nient’altro: viscere, ghiandole, ossa. Allora, una folata di vertigine: solo carne, roba, le lastre lo mostrano chiaro. Nessuna traccia d’altro, nelle fette di cervello scansionate nel tubo della risonanza magnetica. Che è esame altamente sofisticato. Se ci fosse dell’altro là nel buio, di certo non sfuggirebbe agli occhi magnetici dello straordinario congegno. Tu, i tuoi amici, i tuoi figli, macchine: nient’altro risulta nelle lastre. Sei, siamo macchine di materia opaca, destinate alla rottamazione e al nulla.
Ma io, noi, ti ribelli, non siamo solo questo, né la chimica dei nostri neuroni. Una macchina non soffre e non ama. C’è, ci deve essere dell’altro, invisibile, e che non sappiamo pure con la nostra straordinaria sapienza misurare. Così t’accorgi, con una lastra in mano nella città vuota d’agosto, che il più grande dei misteri non sono le galassie, né l’alternarsi eterno delle stagioni, o il moto perpetuo del tempo. Il mistero siamo noi, noi apparentemente automi ben collaudati con valvole, nervi e arterie funzionali. Ciò che vedi nello specchio asettico delle lastre è un corpo a pezzi, come di un morto: ma tu, intera e viva, sei ben altro, come i tuoi figli usciti da te, e tu ignara, eppure misteriosamente capace di tesserli nel ventre. Il primo mistero siamo noi, massa di carne, ammasso di frattaglie che pure pensa e ama.
Macchine, Dostoevskji e san Tommaso e Beethoven. Guardate le lastre, c’è forse traccia d’anima? Sembra che ti vacilli sotto ai piedi l’asfalto bollente di Milano, solo apparentemente solido. Viviamo come foglie appese a un ramo, in autunno, come in quella poesia studiata a scuola. Scegliere, è urgente: o l’incredibile evoluzione di un Caso, o la evidenza è che siamo creature, figli di un Padre.
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