Quello “shameless” di prodi

Di Rodolfo Casadei
03 Giugno 2004
Gli Usa hanno compreso gli errori compiuti in Irak. Tocca agli europei cogliere l’opportunità per rinnovare l’alleanza atlantica. Il contrario di quel che sta facendo Romano Prodi per miopi ragioni elettoralistiche Parla il politologo Vittorio Emanuele Parsi

Professor Parsi, G.W. Bush giunge in visita a Roma nel momento forse più difficile della sua presidenza: consenso interno al minimo e iniziative di politica estera in stallo. Dove sta l’errore? Cominciamo dalla campagna irakena.
In Irak una campagna che era stata un successo dal punto di vista militare si è trasformata in un disastro politico, a causa della confusione e della sovrapposizione di progetti diversi. Una guerra in parte pensata come strumento di un ampio progetto neoconservatore, il progetto della democratizzazione del Medio Oriente e della restaurazione della leadership americana nella regione, è stata gestita come se fosse un’operazione bellica minore, condizionata dall’esigenza di contenere i costi e di non sguarnire altri fronti. Questa continua confusione ha condotto al disastro, ha trasformato il dopoguerra in una nuova guerra che per l’America è devastante, perché è diventata il bersaglio politico di tutti.

Perciò secondo lei non si è dimostrato sbagliato il progetto neo-con dell’esportazione della democrazia con le armi, ma il modo in cui è stato attuato.
Sì, non sapremo mai se quel progetto era destinato in sé al successo o al fallimento, perché è stato gestito con mezzi così insufficienti, con confusioni tali, che non sapremo mai se sarebbe stato possibile democratizzare il Medio Oriente a partire dalla caduta del regime di Saddam Hussein. Il successo del progetto richiedeva di provvedere al sostentamento della popolazione non appena occupato il paese, al riallacciamento immediato dei servizi: elettricità, acqua, gas, petrolio, tutto doveva funzionare alla perfezione; la gente doveva sentire immediatamente la differenza fra la qualità della vita sotto il regime di Saddam e sotto i liberatori americani: questo non è stato. Perché l’Amministrazione Bush non ha creduto fino in fondo al progetto.

Non ci ha creduto? Ma allora tutta la storia della guerra all’Irak come guerra neo-con?
Questa guerra non è stata una guerra neo-con, come si è scritto in giro. Bush appartiene alla destra religiosa, non è un neo-con. È portatore di una cultura conservatrice religiosa, per lui la guerra è quella del bene contro il male. Nemmeno Rumsfeld è neo-con, lo è solo Cheney. Bush è stato eletto su di un’agenda neo-isolazionista, e questo nella gestione di tutta la vicenda si è sentito. Lo hanno spiegato bene Daalder e Lindsay, due dello staff di Bill Clinton, nel libro America unbound: «Bush ha la visione di un’America imbrigliata (bound) da una serie di istituzioni internazionali che non sono aggiornate rispetto ai tempi e che le impediscono di svolgere il suo ruolo». Ma questo è un errore: Bush ha dimenticato che le istituzioni sono innanzitutto al servizio dell’egemone e non contro di lui, un concetto ben chiaro in tutta la politica americana nel corso della Guerra fredda.

Tutta colpa di Bush, allora, il fallimento (almeno fin qui) irakeno?
No, grosse responsabilità le hanno anche Israele e la Francia. Uno degli obiettivi più importanti della guerra era restaurare la leadership americana nella regione, che dai tempi della caduta dello scià non ha più un appoggio nel mondo islamico. Fino al 1979 la presenza americana in Medio Oriente si muoveva su due gambe, Israele ed Iran. Riproporre l’Irak nel ruolo che fu dell’Iran presenterebbe per gli americani molti vantaggi: l’Irak non solo è musulmano, ma è anche arabo; purtroppo Israele non ha apprezzato.

Israele non ha accompagnato la politica americana?
Anzi, è stato un ostacolo sostanziale a quella politica. Tanto più grave in quanto da parte di Bush non è stato percepito come tale, ma di fatto è stato così. Ci sono due paesi che hanno da perdere da un’America più influente nel mondo arabo con un alleato democratico e arabo nella regione: l’Arabia Saudita, che si vedrebbe sostituita da un Irak democratico e quindi perderebbe peso politico, e Israele, che si vedrebbe anch’esso relativizzato perché non sarebbe più l’unica democrazia nel mondo arabo, ma solo “una” fra altre. Oggettivamente gli interessi americani e israeliani divergono in questa fase. Nel 1990-91 Israele ha cooperato pienamente perché gli Usa potessero combattere la prima guerra del Golfo con l’appoggio dei paesi arabi moderati: benchè bombardato da Saddam Hussein, che godeva del pieno appoggio di Arafat, Israele non reagì. Invece stavolta Israele non ha fatto niente per aiutare la gestione geopolitica del conflitto, anzi ha contribuito a gettare benzina sul fuoco. Quando lo stesso paese agisce in maniera così opposta in frangenti che sono simili, forse qualche segnale dobbiamo raccoglierlo. La Francia, invece, continua a giocare col fuoco. Dopo l’11 settembre, ha usato le istituzioni per legare l’America e non per lavorare con l’America sulla sicurezza. Anche quello che Chirac sta facendo in questi giorni sulla risoluzione anglo-americana che viene presentata al Consiglio di sicurezza dell’Onu è molto rischioso: se spingerà gli americani a fare delle modifiche migliorative, bene; ma se il risultato finale sarà l’ennesimo veto francese, ti saluto: sarà la fine dell’Onu.

A proposito della proposta anglo-americana di risoluzione: siamo alla svolta?
Sì, la risoluzione è una svolta oggettiva nella politica dell’Amministrazione Bush, che si è resa conto del prezzo enorme che sta pagando a questa guerra: la perdita della leadership verso gli alleati occidentali. Si è resa conto che aver fatto questa guerra senza l’Onu e contro gli alleati è stato politicamente un disastro. Così dentro all’Amministrazione torna a prevalere l’influenza del Dipartimento di Stato, cioè dei conservatori realisti, e la loro filosofia: le istituzioni internazionali vanno sì riformate, ma intanto vanno usate, perché l’isolamento non funziona neanche per gli Stati Uniti. Nessuno può andare avanti senza amici nel mondo d’oggi, neanche la potentissima America.

È questa la lezione dell’Irak?
L’Irak è la prova che anche una guerra minore può trasformarsi in un disastro quando sei politicamente solo, perché allora diventi il bersaglio politico di tutti. Il mondo resta unipolare sotto l’egemonia americana, ma l’unipolarità deve essere gestita in maniera multilaterale, cioè condividendo una parte della responsabilità con altri. Che questa svolta si consolidi dipende molto da quel che faranno gli europei. Molto è nelle nostre mani, dobbiamo esserne consapevoli.

Alcuni europei siedono nel Consiglio di sicurezza, altri no.
Sì, ma sui primi tutta l’Europa, governi e opinione pubblica, possono fare pressione. Dobbiamo decidere se vogliamo che la crisi irakena resti un’eccezione nel rapporto transatlantico, oppure se pensiamo che debba condizionarlo per sempre. Dobbiamo decidere se vogliamo cavalcare i sentimenti di ostilità, di sfiducia, di abbandono reciproco che si formano nelle rispettive opinioni pubbliche, o se vogliamo ritrovare la via della costruzione di un dialogo che resta centrale: l’alleanza e gli alleati europei si confermano una volta di più indispensabili per gli Stati Uniti. A condizione che siano alleati. Se l’Europa si considera come un contrappeso rispetto agli Usa, perde qualunque rilevanza; se invece l’Europa continua ad essere l’alleato principale degli Usa, oggi gli stessi paesi che erano contrari alla guerra sono in grado di far valere il loro apporto e la loro importanza. A condizione che sostengano la nuova risoluzione Onu.

Tuttavia la parola d’ordine del multipolarismo continua a correre per l’Europa.
Non sanno di cosa parlano.

Chirac non sa di cosa parla?
Chirac ha un suo progetto politico, ma in termini di analisi, non c’è un analista al mondo che parli di multipolarismo. Non esistono sintomi di multipolarismo al momento, e nel lungo periodo le eventuali possibilità di multipolarismo sono tutte negative, in realtà, per quanto riguarda il ruolo dell’Europa. È chiaro che un domani se per ipotesi emergesse un polo cinese, questo polo cinese si confronterà soprattutto con quello americano in termini di potere, non certo con l’Europa.
Come giudica le mozioni sull’Irak votate in parlamento?
Quella della maggioranza ha confermato le scelte dell’esecutivo. Il governo ha deciso a suo tempo di contribuire alla forza di stabilizzazione in Irak quando questa era richiesta solo dagli Usa, e ha dichiarato che lo faceva allo scopo di multilateralizzare la gestione dell’Irak e creare le condizioni per un consenso più ampio. Ora che tale consenso comincia a realizzarsi, è ovvio che il governo va avanti per la sua strada. L’opposizione, invece, ha sbagliato due volte. Ha dimostrato che i suoi discorsi sull’Onu erano puramente strumentali, che erano solo funzionali alla sua guerra totale contro il governo Berlusconi e ad un’opzione di politica internazionale sfavorevole agli Stati Uniti. E ha compromesso il profilo istituzionale del presidente della Commissione europea. L’Economist ha scritto che Prodi combina il ruolo di presidente della Commissione europea con quello di leader dell’opposizione shamelessly, “senza vergogna”. Il fatto che abbia assunto una posizione così apertamente critica degli Stati Uniti, conflittuale con l’Onu (Kofi Annan, non dimentichiamolo, ha ringraziato pubblicamente le truppe italiane per il loro contributo alla pace), e di fatto contradditoria persino rispetto a quella di paesi contrari alla guerra ma che ora si stanno adoperando per una risoluzione del Consiglio di sicurezza, crea una ferita istituzionale molto grave. Prodi sta contrastando non la guerra, ma il tentativo di trovare una soluzione politica alla gravissima crisi che si è prodotta fra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Se Prodi avesse veramente a cuore il destino dell’Unione Europea, non agirebbe come sta facendo.

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